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Capodanno in Giappone

DI DALE FURUTANI

Se si pensa al Giappone, una nazione in cui la popolazione cristiana non raggiunge il 2%, viene abbastanza naturale ipotizzare che il Natale non sia fra le feste più sentite. La celebrazione del nuovo anno, invece, ha tutt’altra portata. Detto questo, i giapponesi non si farebbero mai scappare una buona scusa per organizzare una festa, ed ecco che anche il Natale diventa un’occasione da celebrare. Un aspetto poco convenzionale del Natale giapponese è che molte famiglie lo festeggiano con un ‘secchiello’ di KFC (Kentucky Fried Chicken)! Vai a sapere come, il dirigente di KFC Giappone è riuscito a convincere molti cittadini che un secchiello rosso e bianco di pollo vale, come simbolo natalizio, tanto quanto l’albero o Babbo Natale!

Se le tradizioni natalizie hanno cominciato a diffondersi a livello nazionale soltanto da pochi decenni, le usanze legate all’anno nuovo sono invece consolidate da secoli.

Per una famiglia che onora le tradizioni, la portata principale dell’anno nuovo è l’osechi ryōri, un assortimento di pietanze fredde servite all’interno del tipico contenitore giapponese, il bentō.
Questo piatto risale al periodo Heian (794-1185) ed è ricco di simboli.
Il rotolo di omelette datemaki, per esempio, somiglia a una pergamena, e rappresenta la speranza di acquisire nuove conoscenze durante l’anno che verrà; il tortino di pasta di pesce, noto come kohahu kamaboko, è invece un mezzo cilindro, bianco all’interno e rosso in superficie (kohaku significa rosso e bianco), che richiama il sorgere del sole, e dunque l’idea di un nuovo inizio.

Data la sua lunga e difficoltosa preparazione, l’osechi ryōri,non è più così in voga sulle tavole giapponesi. Per chi ancora lo serve è molto comune ordinarlo al ristorante, ma il prezzo può arrivare anche centinaia di dollari.

A casa mia, per il nuovo anno, si mangiavano piatti meno ricercati. La sera di Capodanno, i noodles non mancavano mai. Dovevano essere lunghi, simbolo di una vita duratura. Mangiavamo anche il mochi, che fin dai tempi dei samurai rappresenta la fortuna.
Il mochi è un tortino glutinoso di riso pestato. Generalmente è ripieno di gelato o fagioli dolci, ma si trova in tante altre varianti. Esiste anche senza farcitura: lo si immerge in una zuppa, e il mochi si scioglie diventando una piccola massa appiccicosa. Se ti si attacca alla gola rischi di soffocare, e per non rinunciarci, ogni anno, molti giapponesi accettano di mettere a repentaglio la propria vita!

Io sono cresciuto alle Hawaii, e il mochi mi piace mangiarlo in un modo particolare. Lì si fanno alla griglia. Il mochi si gonfia e prende una tostatura superficiale. Quando diventa dorato, lo intingo in un misto di zucchero e cannella, e lo mangio caldo, facendo attenzione a non scottarmi. I miei amici giapponesi lo trovano strano, ma il mochi dolce tostato alla cannella è delizioso!

La preparazione dei mochi, detta mochitsuki, era un’attività molto diffusa nei villaggi giapponesi. Durante il procedimento, il riso veniva messo in un grande mortaio ricavato da un tronco d’albero, e gli abitanti si davano il cambio alla pigiatura con giganteschi attrezzi di legno. Quella era certamente la parte più dura, ma il vero eroe della situazione era chi immergeva le mani nel riso per smuovere la massa glutinosa tra i colpi cadenzati delle mazze.

Quest’anno, come abbiamo fatto per tanti anni, io e mia moglie parteciperemo a un mochitsuki organizzato da alcuni amici. Saremo circa una dozzina, e trasformeremo chili di riso in una miriade di mochi. Nessuno metterà a rischio le mani sotto i colpi delle mazze, però. I nostri amici hanno una macchinetta elettrica apposta per fare i mochi, importata direttamente dal Giappone. Sarà lei a cuocere il riso e a pestarlo fino a farlo diventare una massa appiccicosa, pronta per essere modellata. Non è certo pittoresco come usava nell’antico villaggio, ma infinitamente più sicuro, e altrettanto efficacie.

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