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Contenuti speciali

La principessa sposa

Lettura ad alta voce

del romanzo

Giulia Marziali legge un passaggio del romanzo La principessa sposa di William Goldman

Video Booksound

Un esempio di video realizzato dalle classi Booksound con letture tratte dal romanzo

Idee e attività creative

Una pagina in più

Una pagina in più
E voi che dite, ce l’hanno fatta? La nave pirata li attendeva?
Provate a immaginare cosa può essere successo proprio subito dopo il finale coi puntini sospesi scelto da Monrgenstern.
Sono sopravvissuti tutti, o no? Sono stati acciuffati o sono riusciti ad arrivare alla nave? Aggiungete una pagina conclusiva a piacimento.

Cosa succede dopo?

“E vissero per sempre felici e contenti” disse mio padre.
“Wow” dissi io.
Mi guardò. “Non sei contento?”
“No, no, solo che la fine è arrivata in fretta, mi ha sorpreso. Credevo che ce ne fosse ancora un po’, ecco tutto. Voglio dire, la nave pirata c’era veramente o era solo un’invenzione come dicevano?”
“Prenditela con il signor Morgenstern. ‘E vissero per sempre felici e contenti’ è come finisce”.
La verità era che mio padre stava dicendo una bugia. Ho sempre creduto che finisse così fin quando non ho iniziato questa riduzione e ho dato un’occhiata all’ultima pagina. Questo è il finale di Morgenstern.
Buttercup lo guardò: “Oh, mio Westley, anch’io”.
Alle loro spalle, più vicino di quanto avrebbero potuto immaginare, udirono il ruggito di Humperdinck: “Fermateli! Tagliate loro la strada!” Ne furono, bisogna dirlo, sorpresi, ma non c’era ragione di temere: avevano i cavalli più veloci del Regno, ed erano già in vantaggio.
Questo però fu prima che la ferita di Inigo si riaprisse; e Westley avesse una ricaduta; e Fezzik prendesse male la curva; e il cavallo di Buttercup perdesse uno zoccolo. E dietro di loro nella notte il rumore dell’inseguimento era in crescendo…

Questo è il finale di Morgenstern, effetto tipo La signora o la tigre? (ricordatevi che questo viene prima di La signora o la tigre?) Era uno scrittore satirico, e lo ha lasciato così; mentre mio padre era, temo di averlo capito troppo tardi, un romantico, e l’ha fatto finire in un altro modo.
Io, invece, sono il riduttore, e sono tenuto ad avere poche idee originali. Ce l’hanno fatta? La nave pirata li attendeva? Potete rispondervi da soli, ma, da parte mia, dico di sì. E, sì, ce l’hanno fatta. E la forza è ritornata e hanno avuto un mucchio di avventure e più della loro parte di risate.
Ma questo non significa che sia un lieto fine. Perché, secondo me, litigarono parecchio, e Buttercup prima o poi perdette la sua bellezza e un giorno Fezzik perdette un combattimento e un ragazzino esaltato batté Inigo con la spada e Westley non riuscì più a dormire bene per la paura che Humperdinck fosse sulle loro tracce.
Non sto cercando di demoralizzarvi, cercate di capire. Voglio dire che penso veramente che l’amore sia la cosa più bella del mondo, dopo le pasticche per la tosse. Ma devo anche dire, per l’ennesima volta, che la vita non è giusta. È solo più decente della morte, tutto qui.

New York
Febbraio 1973

La mappa di Florin
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Introduzione di William Goldman
per il venticinquesimo anniversario
della Principessa sposa

Di tutti i libri del mondo, questo è ancora il mio preferito.
E adesso più che mai, mi spiace di non averlo scritto io.
Qualche volta mi piace fantasticare di averlo fatto davvero, di essere stato io a tirare fuori Fezzik dal cilindro (il mio personaggio preferito), o che sia stata la mia immaginazione a evocare la scena della polvere di Iocaina che pone fine alla Battaglia degli Intelletti.
Purtroppo, è stato Morgenstern a inventarsi tutto, e io devo accontentarmi del fatto che la mia riduzione (per quanto massacrata dai critici florinesi nel ’73 – gli articoli sulle riviste letterarie mi brutalizzarono; nella mia carriera di romanziere soltanto Boys and Girls Together ha ricevuto un trattamento peggiore), sia riuscita a portare Morgenstern all’attenzione del grande pubblico statunitense. Che cosa c’è di più forte di un ricordo d’infanzia? Niente, almeno per me. Mi capita ancora di fare lo stesso sogno, nel quale mio padre – vecchio e triste – mi legge il libro ad alta voce; solo che nel sogno non è né triste né vecchio. Ha avuto una vita meravigliosamente piena e degna di essere vissuta, e mentre legge, il suo accento inglese – così penoso nella realtà – diventa splendido. È un uomo felice e mia madre ne è così orgogliosa…
Ma il motivo per cui siamo di nuovo qui, è il film. Dubito che i miei editori avrebbero insistito tanto per pubblicare questa edizione se non fosse stato fatto. Se state leggendo questo libro, scommetto che avete visto il film. Quando uscì nelle sale fu accolto tiepidamente, ma in seguito, quando uscì la videocassetta, si diffuse grazie al passaparola.
Fu un grande successo nel mercato del noleggio, e lo è ancora oggi.
Se avete dei figli, probabilmente lo avrete visto insieme a loro. Robin Wright interpreta Buttercup, la protagonista, nel primo film importante della sua carriera; sono sicuro che tutti noi ci siamo nuovamente innamorati di lei in Forrest Gump (personalmente, credo che sia grazie a lei che il film è stato un fenomeno; era talmente amabile e appassionata che uno si sentiva male nel vedere un poveraccio come Tom Hanks vivere felice accanto a una donna così).
La maggior parte di noi adora le storie d’amore nel mondo del cinema.
Forse negli anni d’oro di Broadway la gente amava anche le storie di teatro, ma non penso che oggi sia più così. E non credo che nessuno supplicherà mai in ginocchio Julia Louis-Dreyfus di raccontare come si è sentita durante le riprese dell’ottantanovesimo episodio di Seinfield.
E i romanzieri?
Riuscite a immaginare Dostoevskij costretto a raccontare qualche aneddoto divertente in merito all’Idiota?
Ad ogni modo, quelle che seguono sono alcune memorie personali a proposito della Principessa sposa che probabilmente non conoscete.
Mi sono preso una pausa dalla sceneggiatura della Donna perfetta per dedicarmi alla riduzione del libro di Morgenstern. E quando questa cosa arrivò all’orecchio di qualcuno della Fox, questo qualcuno si procurò il libro, gli piacque, e decise che se ne poteva trarre un film. Quel ‘qualcuno’ era il Semaforo Verde della Fox (da qui in poi SV, per brevità).
Potete leggere su un sacco di riviste tipo «Premiere» o «Entertainment Weekly» o «Vanity Fair», innumerevoli liste dei cento individui più potenti degli Studios; tutti questi variegati idioti vengono presentati con titoli altisonanti tipo “Vice Presidente di questo” o “Direttore esecutivo di quell’altro” e via discorrendo.
In verità, si tratta solo di fumo negli occhi.
In ogni Studio c’è una sola persona che conta veramente qualcosa e questa persona è l’SV. È l’SV che decide se un film si fa oppure no; di fatto, è lui (o lei) che sgancia i cinquanta milioni – se è un film indipendente, più o meno il triplo se contiene effetti speciali.
Insomma, all’SV della Fox piacque La principessa sposa.
Il problema è che non era del tutto sicuro che fosse un film. Così trovammo un accordo particolare: loro avrebbero acquistato i diritti del libro ma non quelli della sceneggiatura, rimandando fino al momento in cui non avessero deciso di proseguire con il progetto.
In altre parole, ognuno rimase con la propria metà della torta.
Fu così che pur essendo sfinito dal lavoro di riduzione, andai avanti di pura forza nervosa e scrissi la sceneggiatura subito dopo.
Poi Evarts Ziegler, il mio straordinario agente, arrivò in città. Ziegler, per chi non lo sapesse, è colui che ha orchestrato l’accordo per Butch Cassidy, che, insieme al mio primo romanzo, The Temple of Gold, ha contribuito a cambiare completamente la mia vita. Andammo a pranzo al Lutèce, chiacchierammo, ce la passammo bene e poi ci salutammo. Io tornai al mio ufficio sull’Upper East Side, all’interno di un palazzo dotato di piscina interna. All’epoca soffrivo di mal di schiena e nuotare ogni giorno mi dava un certo sollievo. Mi stavo già avviando verso la piscina quando mi resi conto di questo: non avevo voglia di nuotare.
Non volevo fare altro che correre a casa. Tremavo e avevo un freddo tremendo. Arrivato a casa mi misi subito a letto. I brividi lasciarono il posto all’arsura della febbre. Al rientro dal lavoro, la mia superbrillante moglie psichiatra Helen mi diede un’occhiata e mi portò di corsa all’ospedale di New York.
Venni visitato da ogni tipo di medico; ciascuno si rendeva conto che c’era qualcosa di grave in corso ma nessuno sembrava avere idea di cosa fosse.
Mi risvegliai alle quattro di notte, e capii che cosa c’era che non andava.
In qualche modo, la Polmonite Assassina che mi aveva quasi ucciso a dieci anni – motivo per cui mio padre mi aveva letto La principessa sposa una volta dimesso dall’ospedale – era tornata per finire il lavoro.
Al mio risveglio in quell’ospedale, completamente in preda al delirio (so che potrà sembrarvi folle) ero consapevole che per sopravvivere sarei dovuto tornare alla condizione in cui mi trovavo da bambino.
Iniziai dunque a strillare, chiamando a gran voce l’infermiera notturna – perché la mia vita e La principessa sposa erano legate per sempre.
L’infermiera arrivò e io le chiesi di leggermi il Morgenstern.
“Il cosa, Mr Goldman?” rispose lei.
“Inizi dallo Zoo della Morte!” le dissi. Poi subito dopo “No, no, non da lì, cominci con il Dirupo della Follia!”
L’infermiera mi guardò bene, annuì e disse: “Oh, certo! È esattamente il punto da cui avrei iniziato, ma credo di aver lasciato il Morgenstern sulla mia scrivania, vado a prenderlo!”
Poi arrivò Helen, insieme a un altro bel po’ di dottori. “Sono stata nel tuo studio, penso di aver preso le pagine giuste. Cosa vuoi che ti legga, allora?”
“Non voglio che tu mi legga niente, Helen, quel libro non ti è mai piaciuto, tu non vuoi leggermelo, vuoi soltanto consolarmi, e poi non ci sono parti adatte a te…”
“Potrei fare Buttercup”.
“Oh, andiamo, ha ventun anni…”
“Quella è una sceneggiatura?” disse un dottore piuttosto belloccio. “Ho sempre desiderato essere una stella del cinema”.
“Lei sarà l’Uomo in Nero!” gli dissi. Poi puntai il dito verso un grosso medico che stava in piedi sulla porta “Lei provi con Fezzik”.
Fu così che, per la prima volta, ascoltai la sceneggiatura.
Quei dottori, insieme alla mia geniale moglie, facevano del loro meglio, mentre io congelavo e sudavo divorato dalla febbre.
Dopo un po’ mi addormentai. E ricordo di aver pensato che il medico corpulento non se l’era cavata poi malaccio e che anche Helen, seppur fuori parte e tutto quanto, era stata ok come Buttercup e che il dottorino belloccio invece era stato un po’ una pippa ma che – nonostante tutto – ero comunque sopravvissuto grazie a loro.
Fu così che il copione iniziò a vivere.
L’SV della Fox lo spedì a Londra, a Richard Lester – che aveva diretto, tra gli altri, A Hard Day’s Night, il primo meraviglioso film dei Beatles – che in seguito avrei incontrato e con cui lavorai risolvendo un bel po’ di problemi.
L’SV era in fibrillazione, eravamo ormai a un passo – ma poi venne licenziato e un nuovo SV prese il suo posto.
Ecco cosa succede nell’ambiente quando capita una cosa del genere: il vecchio SV perde le sue mostrine, smette di andare da Morton il lunedì sera e sparisce dalla circolazione, molto ricco – si era ovviamente preparato per l’inevitabile – ma in disgrazia.
Il nuovo SV si siede allora sul trono di pietra su cui è scolpita una sola regola: niente di ciò che il suo predecessore stava sviluppando dovrà mai essere realizzato.
Perché?
Ve lo spiego subito.
Mettiamo che il film si faccia e che sia un successo.
A chi andrebbe tutto il merito? Al vecchio SV. E quando il nuovo SV, che adesso può andare da Morton il lunedì, deve fare la sua passerella, sa che tutti i colleghi stanno dicendo “Bastardo, non è stata un’idea sua”.
In pratica, la morte.
Così La principessa sposa fu sepolta, presumibilmente per sempre.
E fu in quel momento che mi resi conto che non era più sotto il mio controllo.
Il libro era proprietà della Fox, a me rimaneva soltanto la sceneggiatura; e loro avrebbero comunque potuto commissionarla a qualcun altro. Avrebbero potuto cambiare tutto. Così feci una cosa di cui vado molto orgoglioso: ricomprai i diritti alla Fox pagandoli di tasca mia. Credo che all’inizio sospettassero qualcosa, magari che avessi un piano segreto o un progetto di qualche tipo. Ma non era così. Volevo solo evitare che qualche idiota distruggesse la cosa più importante in cui sarei mai stato coinvolto.
Dopo una buona dose di trattative, il libro fu di nuovo mio. A quel punto, l’unico idiota che avrebbe potuto rovinarlo ero io.
Di recente ho letto che il bel romanzo di Jack Finney, Indietro nel tempo, sta per compiere vent’anni e ancora non è stato portato sul grande schermo. La principessa sposa non ci ha messo tanto, ma c’è andato piuttosto vicino. Non ho preso nota, per cui vado a memoria. Vedete, perché qualcuno possa realizzare un film servono due cose: passione e denaro. È venuto fuori che un sacco di persone amavano La principessa sposa. Conosco almeno altri due Semafori Verdi che ne andavano pazzi. Mi accordai con loro sul progetto; ci tenevano tantissimo che diventasse un film.
Entrambi vennero licenziati il fine settimana prima che la macchina produttiva si mettesse in moto. Ci fu un piccolo Studio che addirittura fallì, sempre nel weekend prima dell’inizio delle riprese. Fu così che la sceneggiatura iniziò a farsi una certa nomea – in un articolo venne annoverato tra le migliori mai realizzate.
La verità è che, dopo più di un decennio, anch’io avevo iniziato a pensare che non sarebbe mai successo. Ogni volta che spuntava fuori qualcuno interessato, mi aspettavo di scivolare sulla classica buccia di banana; che – di fatto – puntualmente arrivava. Ma, a mia insaputa, dieci anni prima era accaduto qualcosa che alla lunga avrebbe determinato la mia salvezza.
Quando Butch Cassidy and the Sundance Kid fu terminato, uscii per un po’ dall’ambiente del cinema: eravamo alla fine degli anni Sessanta. Volevo provare a dedicarmi a qualcosa di nuovo, alla saggistica.
Scrissi un libro su Broadway intitolato The Season. Durante quell’anno andai a teatro centinaia di volte, sia a New York che fuori città, vedendo tutto almeno una volta. Ma lo spettacolo che ho visto più volte fu un’eccezionale commedia scritta da Carl Reiner, Something Different.
Carl fu gentilissimo con me, e mi piacque molto come persona. Così, quando il libro fu finito, gliene spedii una copia; e alcuni anni più tardi, terminata La principessa sposa, gli inviai pure quella. Un bel giorno, lui la diede a suo figlio maggiore.
“Ho qualcosa per te” disse a Robert “credo che ti piacerà”.
Rob Reiner avrebbe cominciato solo dieci anni dopo a fare il regista; ma finimmo per incontrarci nell’85 e Norman Lear (bontà sua) ci fornì il denaro per produrre il film.
Finché c’è vita c’è speranza.
Facemmo la prima lettura del copione in un albergo di Londra nella primavera dell’86.
Sia Rob che il suo produttore – Andy Scheinman – erano presenti. C’erano Cary Elwes e Robin Wright – Westley e Buttercup – e anche Chris Sarandon e Chris Guest, rispettivamente il crudele principe Humperdinck e il perfido conte Rugen; e c’erano anche Wally Shawn, il malvagio genio del male Vizzini, e Mandy Patinkin che interpretava Inigo. E seduto in disparte, in silenzio – lui cercava sempre di stare seduto in silenzio – c’era André The Giant, che era Fezzik.
Non proprio il circolino del volontariato.
Soavemente seduto in un angolo, poi, c’ero io.
Due delle più importanti figure di riferimento degli anni trascorsi lavorando nel cinema – Elia Kazan e George Roy Hill – in un’intervista dissero le stesse cose che penso io. E cioè che al momento della lettura del copione con il cast al completo, il più è ormai stato fatto. Se la sceneggiatura funziona e sei riuscito a mettere insieme il cast adatto, sei sulla strada giusta per combinare qualcosa di buono.
Ma se ti manca anche solo una di queste due cose, poco importa quanto sia efficiente il processo successivo. Sei fregato.
Probabilmente tutto ciò potrà sembrare assurdo ai non addetti ai lavori, è comprensibile, ma – credetemi – è molto vero.
La ragione per cui suona folle, è questa: «Premiere» non si fa viva quando viene scritta la sceneggiatura, «Entertainment Tonight» non presenzia al casting. Si fanno vedere solo durante le riprese, il momento meno importante della realizzazione di qualsiasi film.
Tenete a mente questo: le riprese sono soltanto la fabbrica nella quale vengono assemblati i vari pezzi dell’automobile.
Durante la prima lettura del copione, A.R. Roussimoff era la nostra scommessa più grande.
Con lo pseudonimo di André The Giant, all’epoca era il wrestler più famoso del mondo e io mi ero convinto che se mai fossimo riusciti a fare il film, lui sarebbe stato Fezzik, il gigante forzuto. Anche Rob pensava che André potesse andare bene per la parte. Il problema era che nessuno sapeva come rintracciarlo.
Disputava incontri per più di trecentotrenta giorni all’anno ed era sempre in movimento.
Così avevamo iniziato a cercare qualcun altro.
Fu il casting più strano a cui abbia mai assistito.
Si presentavano dei tizi veramente enormi – parliamo di veri e propri colossi – ma nessuno di loro era effettivamente un gigante. Le rare volte in cui ne trovavamo qualcuno, o non sapeva recitare o era secco rifinito da far paura. Un gigante denutrito non faceva decisamente per noi.
Di André, nel frattempo, nessuna traccia.
Poi un giorno Rob e Andy si trovavano a Florin per visionare alcune delle location finali, quando ricevettero una telefonata. André sarebbe stato a Parigi il pomeriggio seguente.
Loro si precipitarono a incontrarlo.
Non fu certo un’impresa facile, dal momento che Florin City non ha voli diretti per nessuna delle maggiori capitali europee. Senza parlare del fatto che gli orari delle partenze dipendono dal carico – tutti i voli della Florin Air sono strapieni perché loro aspettano che lo siano prima di decollare. Consentono persino ai passeggeri di stare in piedi nei corridoi. (Ho visto cose del genere soltanto in un’altra occasione: ero in Russia, in una traversata da incubo da Tblisi a San Pietroburgo).
Alla fine, Rob e Andy dovettero noleggiare un piccolo aereo con il motore a elica pur di riuscire a presentarsi all’appuntamento. Arrivarono al Ritz, dove il portiere disse loro, con uno strano tono di voce: “C’è un signore che vi sta aspettando al bar”.
Per me André era come il Pentagono: per quanto tu sia preparato, sarà sempre più grande di quel che ti aspettavi.
Ufficialmente pesava duecentocinquanta chili ed era alto due metri e trenta. Ma lui stesso non ne era del tutto sicuro e non si prendeva certo il disturbo di pesarsi ogni mattina. Una volta era stato male ed era arrivato a perdere cinquanta chili nel giro di tre settimane. Ma a parte questo, non parlava granché della propria stazza.
Chiacchierarono un po’ al bar, poi salirono nella camera di Rob e affrontarono il copione. Due cose furono subito evidenti: primo, André aveva un fortissimo accento francese e, secondo, la sua voce sembrava provenire dalle profondità della Terra.
Rob corse il rischio, gli affidò la parte.
Aveva addirittura registrato tutta la parte di Fezzik su un nastro, dando a ogni parola la giusta inflessione in modo che André potesse portarlo sempre con sé e memorizzare le battute nei mesi che precedevano l’inizio delle riprese.
Le prove quel mattino a Londra furono volutamente leggere; un paio di passate del copione, qualche commento, ma nulla di più.
Il tempo era bellissimo, quando ci fermammo per il pranzo, e trovammo un bistrò lì vicino con i tavoli apparecchiati all’esterno.
Era tutto perfetto salvo le sedie che erano troppo piccole per André – la larghezza di una persona normale, i braccioli decisamente troppo ravvicinati. All’interno del locale c’era un tavolo con una panca e qualcuno propose di accomodarci lì. Ma André non ne volle sapere e così ci sedemmo all’aperto.
Posso ancora vederlo allargare i braccioli di metallo della sedia, strizzarsi in mezzo, per poi vederli richiudersi a morsa su di lui per il resto del pranzo. Mangiò molto poco. Nelle sue mani gigantesche, le posate sembravano quelle di una bambola.
Dopo mangiato riprendemmo le prove, lavorando sulle singole scene.
André faceva coppia con Mandy Patinkin, il nostro Inigo. Era evidente che aveva studiato il nastro di Rob, ma era innegabile che la sua lettura era lenta e molto più che approssimativa.
Stavano girando una delle loro scene dopo che si erano reincontrati. Mandy cercava di cavargli di bocca alcune informazioni e lui rispondeva con le battute memorizzate, una parola alla volta.
Ora Mandy, nei panni di Inigo, chiedeva ad André-Fezzik di parlare più veloce ma lui continuava a rispondere con la solita patetica lentezza. Ricominciarono da capo parecchie volte, provando e riprovando ancora e ancora. Mandy-Inigo chiedeva ad André-Fezzik di andare più veloce e lui si ostinava a ripetere le solite frasi con la stessa soporifera cadenza.
Almeno fino a quando Mandy, esasperato, gridò “Più veloce, Fezzik!” E di colpo gli mollò uno schiaffone.
Vedo ancora gli occhi di André stringersi fino a diventare due fessure. Non credo che gli fosse più capitato di ricevere un ceffone fuori dal ring da quando era un ragazzino. Guardò Mandy… e ci fu una breve pausa. Nella stanza calò un silenzio di tomba.
E poi André iniziò a parlare speditamente. Non solo riusciva a tenere il ritmo, ma adesso dava energia alle battute rendendole perfino intense. Ti sembrava di leggergli nel pensiero: “Oh, dunque è così che funziona fuori dal ring! Bene, vediamo un po’ di darci da fare”. In verità, quello schiaffo fu l’inizio del periodo più felice della sua vita.
Fu un periodo meraviglioso anche per me. Dopo un’attesa durata più di dieci anni, il libro più importante della mia gioventù stava prendendo vita proprio davanti ai miei occhi. Quando terminarono le riprese e finalmente lo vidi, mi resi conto che in tutta la mia carriera avevo amato soltanto due dei tanti film a cui avevo lavorato: Butch Cassidy e La principessa sposa.
Ma quel film non si limitò a piacere a me; riportò in vita il libro. Ricominciai a ricevere lettere meravigliose.
Ne ho ricevuta una proprio oggi – parola di scout – da un tipo di Los Angeles che era stato mollato dalla sua Buttercup e che, dopo dieci anni di separazione, aveva saputo che lei era nei guai. Così lui le aveva spedito una copia della Principessa sposa e, ovviamente, erano tornati insieme. Pensate che ci sia qualcosa di più meraviglioso, specialmente per uno come me, che ha passato la vita chiuso in una cella a scrivere – di far vibrare con la scrittura l’anima del prossimo? Nulla può competere.
Certo, accanto alle cose buone, ho anche qualche rimpianto. Mi spiace che siano insorti problemi legali con gli eredi di Morgenstern – ve ne parlerò più avanti; mi spiace che Helen sia scomparsa dalla mia vita (non che non sapessimo entrambi che sarebbe successo, ma doveva proprio lasciarmi il giorno dell’uscita del film a New York?).
E sono dispiaciuto che il Dirupo della Follia sia diventato l’attrazione turistica più famosa di tutta Florin, cosa che ha reso un inferno la vita degli operatori forestali.
Ma così è la vita; non si può avere tutto.

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