I mille veli dell’Islam

Ricette, lingua, musica, cultura, costume

Scopriamo i mille volti dell’Islam attraverso le pagine di

LA TUA BELLEZZA
di Sahar Mustafah

Traduzione di Francesca Conte

In libreria e in ebook

Sahar Mustafah saluta i lettori italiani e racconta La tua bellezza

LA TUA BELLEZZA in cucina

Ogni venerdì una ricetta di cucina araba ispirata al libro.
Divertitevi a portarla in tavola per dare un nuovo sapore al vostro fine settimana.

Fette di Khubz con Hummus e Babaganoush
Hummus

L’hummus è un piatto dalle origini antiche e molto popolare nel Medioriente.
Conosciuto anche da noi, è una crema di ceci che si mangia come antipasto accompagnata con fette di Khubz (simili alla pita).
Semplice e veloce da preparare.

Ingredienti:

Ceci precotti 600 g
Tahina 2 cucchiai
Acqua calda 150 g
Succo di limone 1⁄2
Olio di sesamo 30 g

Cumino 1 cucchiaino
Paprika 1 cucchiaino
Aglio 1 spicchio
Sale fino q.b.
Pepe nero q.b.

Procedimento:

Si frullano insieme i ceci, il cumino, il succo di limone, la tahina, sale, aglio e olio, insieme all’acqua calda.
La crema ottenuta si versa in un piatto e si serve condita con cumino, olio pepe limone o paprica.

Babaganoush

Il babaganoush è una crema a base di polpa di melanzane, originaria del Medio Oriente e diffusa anche nel Nord Africa in diverse varianti. Questo piatto, uno dei più popolari della cucina mediorientale, si prepara in poche semplici mosse, ottenendo un risultato dal gusto unico e deciso.

Ingredienti:

Melanzane 600 g
Tahina 50 g
Succo di limone 1⁄2
Aglio 1 spicchio

Olio extravergine d’oliva q.b.
Sale q.b.
Pepe q.b.
Menta o prezzemolo

Procedimento:

Dopo aver cotto le melanzane intere in forno, basta ricavarne la polpa, condirla con olio, sale e pepe e aromatizzarla con del succo di limone, uno spicchio d’aglio e la tahina. Si può servire con una spolverata di menta o prezzemolo tritata sopra. Accompagna le polpette, i falafel, si spalma sul pane pita (khubz) o vi si intingono le verdure (dip).

Khubz

Un tipo di pita, un pane tipico dell’europa del sud est (Grecia, Turchia), degli Emirati Arabi e del Nord Africa. Semplicemente Khubz vuol dire “pane” in arabo. Tradizionalmente viene cotto in un forno a legna ma si può preparare tranquillamente nel forno di casa.

Ingredienti (per 10 khubz):

Farina 00, 500 gr
Acqua, 300 ml
Zucchero, 1 cucchiaino
Olio d’oliva, 2 cucchiai

Lievito 1 cucchiaio raso oppure 1/2 cubetto
Sale, 2 cucchiaini

Procedimento:

Si scioglie il lievito con un pizzico di zucchero in mezzo bicchiere di acqua tiepida e si lascia riposare 5 minuti. In una ciotola si unisce la farina con il sale e vi si versa piano piano il composto di lievito. Si aggiunge anche la restante acqua e l’olio e si lavora fino a che non risulta più appiccicoso. Si copre l’impasto e lascia lievitare fino a che raddoppia di volume. Si divide il composto in tante palline “da tennis”, e poi si appiattiscono con matterello, e si lasciano lievitare nuovamente per 30-60 minuti. Cuociono a forno molto caldo per una decina di minuti, e durante la cottura dovrebbero al loro interno formare una tasca.

Baklava

Ricetta di Misya

Baklava

Sono fagottini di pasta fillo, tagliati in forma quadrata, ripieni di frutta secca, e guarniti di sciroppo. Sono diffusi in tutto l’arco del Vicino e Medio Oriente, e in Palestina particolarmente a Nazareth famosa (anche!) per le sue pasticcerie.
Proprio a Nazareth vi è un locale, chiamato Alsadaqa, “amicizia” in arabo, che, a conduzione totalmente famigliare dal 1973, produce 42 tipi diversi – dai classici con noci e cannella, a quelli ripieni di albicocche secche e fichi, fino a quelli al cocco e al pistacchio.

Ingredienti

150 gr di pasta fillo
100 gr di burro
100 gr di mandorle
100 gr di noci
50 gr di pistacchi
50 gr di zucchero
100 gr di miele
1 cucchiaino di cannella
Limone

Per lo sciroppo

150 gr di zucchero
100 ml di acqua
limone
cannella
granella di pistacchio

Procedimento

Tritate la frutta secca a coltello e mettetela in una ciotola, poi aggiungete il miele, lo zucchero e la cannella. Stendete il foglio di pasta fillo su un piano e spennellatelo con il burro fuso. Tagliate la pasta fillo in strisce rettangolari, in modo che sia della grandezza della teglia. Stendete il primo foglio sulla teglia. Aggiungete altri 2 o 3 fogli così da creare una base di vari strati di fillo. Aggiungete la metà del ripieno di frutta secca. Sovrapponete 3/4 sfoglie di pasta fillo imburrate e poi mettete di nuovo uno strato di frutta secca. Terminate l’ultimo strato con 3 fogli di pasta. Incidete il dolce con la punta di un coltello formando dei quadrati quindi infornate a 170° in forno già caldo e cuocete per 15-20 minuti. Nel frattempo, preparate lo sciroppo scaldando a fuoco basso mettendo l’acqua con lo zucchero, il succo di limone e la cannella. Cuocete fino ad avere uno sciroppo ambrato. Sfornate il baklava e irroratelo di sciroppo.

Kofta, o Kufta – Kefte bi tahini
Kofta, o Kufta – Kefte bi tahini

Un piatto completo, della tradizione del Levante, soprattutto Libano e Palestina. Vi sono decine di kefte (polpette) diverse nella tradizione palestinese: le più note sono con tahina e le patate, oppure con i pomodori al forno. Nel romanzo La tua bellezza il Kofta, insieme al Mashi, compare spesso come piatto di conforto: quello che accoglie i bambini a casa da scuola, il piatto che le vicine preparano per la famiglia nei momenti più drammatici.

Ingredienti per 4 persone:

carne macinata (agnello o manzo), 800 gr
cipolla, 1
prezzemolo, 2 cucchiai
pomodoro, 1 grande
olio d’oliva, 4 cucchiai
allspice, 8 gr
sale, q.b.
a piacere cardamomo
cannella
pimento
pepe nero
patate, 2 grandi (in alcune versioni come qui cucinate in forno insieme con la carne, in altre invece caramellate al forno separatamente)

Per la salsa:

tahina, 3/4 cucchiai
burro di sesamo bianco,
limone, 1/2
sale, q.b.
acqua appena bollita 250 ml (si possono sostituire con
equivalente di yogurt o succo d’arancia).

Procedimento

Si mischia la carne trita con il prezzemolo e la cipolla finemente tritati. Si aggiunge poi il pomodoro tagliato in cubetti, l’olio, il sale le spezie e si amalgama bene il tutto. Si formano delle polpettine che si adagiano una accanto all’altra sulla teglia da forno; si tagliano le patate a rondelle e si dispongono in verticale tra una polpettina e l’altra o in orizzontale sopra lo strato di carne. Si cuoce a 220° per circa 20 minuti. Nel frattempo, si mescola la tahina con il succo di limone, avendo cura di aggiungere a poco a poco l’acqua calda continuando a mescolare. Una volta pronta, si versa la salsa di tahina sopra la carne e le patate precotte in forno. Si copre la teglia con un foglio di carta alluminio forata in modo da far uscire il vapore in cottura. Va in forno per altri 20 minuti, e poi per altri 15-20 minuti senza foglio, infine si passa al grill. Si accompagna con riso o pane caldo.

Addas

«Nonostante la presenza della sorella, Mama è inconsolabile. Dorme tutta la mattina, si tira su nel letto soltanto per bere piccoli sorsi di ADDAS da una ciotola scheggiata che Khalti Nesrin le sistema davanti, su un vassoio.»

ZUPPA DI ADDAS – SHORBAT ADAS

Zuppa di lenticchie (scure, rosse o verdi), in alcune ricette arricchita da bietole al limone e un trito di coriandolo (in altre solo da succo di limone, e con lenticchie gialle), guarnita da noci tritate e pezzi di pane tostato. Nata per scaldare l’inverno, che anche in Palestina sa essere rigido, si propone come comfort food, e ricostituente per le persone che non stanno bene e i convalescenti, dato l’alto potere proteico e nutritivo delle lenticchie.

Ingredienti:

Lenticchie rosse decorticate 350 gr
Cipolla, 1
Spicchi d’aglio, 3
Carota, 1
Farina, 2 cucchiai
Olio evo, 6 cucchiai
Semi di cumino, 1⁄2 cucchiaino
Succo di limone, 1
Sale e pepe, q.b.
Acqua, 1.5 L

Procedimento:

Pulite e tritare la carota, l’aglio e la cipolla e trasferitele in una casseruola. Aggiungete le lenticchie, coprite il tutto d’acqua e accendete il fuoco, coprite e lasciate cuocere la zuppa per 20-30 minuti. Intanto in una ciotola mescolate la farina con l’olio evo e unite semi di cumino, aggiustate di sale e pepe e continuate a mescolare. Aggiungete il composto di farina alla zuppa e continuate a cuocere finché le lenticchie non si saranno sfaldate; a quel punto aggiungete il succo del limone e lasciate cuocere ancora un paio di minuti.

Fata’ir o Fitiir, o fatayer
Fata’ir o Fitiir, o fatayer

Sono l’equivalente dei nostri panzerotti, e sono uno snack quotidiano in Palestina, ma in realtà il nome fatayer può dire tutto o nulla, perché numerosi paesi arabi e asiatici hanno le loro versioni, ci sono fatayer fritte dolci/salate, fatayer con ripieni differenti, fatayer al forno, fatayer più piccole o di forme diverse. In comune hanno il tipo di impasto (simile alla nostra pasta di pane) e il fatto di avere un ripieno: o di carni macinate aromatizzate con spezie, oppure di spinaci e formaggio, con cipolle e sommacco, come quelli di Baba.

Ingredienti

500 gr farina doppio zero
250 gr acqua
15 gr olio extravergine di oliva
15 gr miele
8 gr lievito di birra disidratato

Per la farcitura

500 gr spinaci
60 gr cipolla
100 gr pinoli
25 gr succo di limone
25 gr olio extravergine di oliva
Sale e pepe nero q.b.
Cannella, sommacco e peperoncino q.b.

Procedimento

Iniziate dalla pasta. Setacciate la farina in un recipiente piuttosto capiente, aggiungi l’acqua rigorosamente a temperatura ambiente, il lievito di birra secco, il miele e l’olio extra vergine d’oliva ed iniziate a impastare. Quando si sarà formata la prima pallottola d’impasto aggiungete il sale. Continuate a impastare fino ad ottenere un composto liscio e privo di grumi.

Riponete la pasta a lievitare in una ciotola nel ripiano più basso del frigorifero, per 24 ore. Ora riponi la pasta nel recipiente con un filo l’olio per evitare che s’attacchi alle pareti durante la lievitazione.

Per il ripieno. Lavate, strizzate gli spinaci e disponeteli su di un canovaccio tamponandoli con un panno di carta per eliminare l’acqua in eccesso. Tagliateli a julienne, sminuzzate la cipolla, infine riponete il tutto in una terrina, aggiungete i pinoli interi, il succo di limone, l’olio extra vergine d’oliva, la cannella, il sommacco, una presa di sale, pepe e mezzo peperoncino tritato. Mescolate e lasciate riposare per almeno quindici minuti.

Stendete la pasta dello spessore di qualche millimetro, aiutandovi con un bicchiere, ritagliate dei dischi di circa 6/8 cm di diametro. Prendete un cucchiaio di ripieno, strizzatelo in modo da eliminare quanto più liquido possibile e disponetelo nel centro del disco di pasta, poi chiudetelo in modo da creare un piccolo rettangolo. Infornate i “panzerotti” a 200 gradi per circa 20 minuti. Durante la cottura la pasta tenderà ad aprirsi e a dorare lungo i lembi di chiusura mostrando parte del ripieno.

(ricetta di oplatifabene.it)

(immagine di arabpress.eu)

«Baba arriva a casa con dei fata’ir, una prelibatezza per la visita di Majiid. […] “Grazie, Baba”. Il profumo intenso del sommacco piccante e delle cipolle affettate trasuda dal sacchetto: sfogliatine di spinaci.»

Kousa mahshi

(foto da sbs.com.eu)

«Tra il lavoro e gli allenamenti, è raro che Afaf e Majid cenino insieme. Di solito Afaf si porta in camera un piatto di riso e cavolfiore, o di MAHSHI con salsa allo yogurt, e mangia da sola, con le cuffie in testa e un libro spalancato sul cuscino.»

Kousa mahshi

La parola mahshi significa letteralmente “ripieno”, ed è una delle caratteristiche della cucina palestinese riempire le verdure, qualsiasi verdura: zucchine (come nella nostra ricetta), peperoni, melanzane, foglie di vite (i warak dawali) perfino i datteri.

Ingredienti

10 zucchine, possibilmente piccole
4 pugni di riso basmati
1 etto di carne macinata o straccetti di carne fatti a pezzettini
1 lattina di pomodori passati o in pezzi
1 cucchiaino di cumino
1 cucchiaino di spezia baharat, è una miscela con: 4 parti di pepe nero, 2 parti di coriandolo, 2 parti di cannella, 2 parti di chiodi di garofano, 3 parti di cumino, 1 parte di cardamomo, 4 parti di noce moscata, 4 parti di paprica
1 cucchiaino fiori di cartamo (safflower)
Olio d’oliva q.b.
Sale e pepe q.b.

Procedimento

Scavare le zucchine e mischiarne la polpa con riso (in questa come in altre ricette, il riso deve essere sciacquato in acqua calda e poi utilizzato quasi crudo: appena scaldato in padella – cipolle soffritte – insieme con altri ingredienti senza che inizi a cuocere) e la carne macinata, mischiato con spezie. Riempire le zucchine col ripieno, usando il manico di un cucchiaio o le mani, si dovrà lasciare un po’ di spazio vuoto in cima per permettere al riso di gonfiarsi senza fuoriuscire. Posizionare poi le zucchine in una pentola – quella di piazzare correttamente le verdure nella pentola di cottura è un’arte. Preparare intanto una base di cipolle, patate o gambi di cavolo affettati, in modo che le verdure non si attacchino al fondo e non si rompano quando le si tira fuori. Cuocere a fuoco basso per un’ora coperti di abbondante pomodoro e salate. Si può completare con foglie di menta e aglio tritato e servire con salsa allo yogurt.

Qahwa
Qahwa

Un tipo di caffè arabo, diffuso in tutto il mondo, che spesso viene servito speziato al cardamomo. Questo tipo di caffè rappresenta il 60/70% della produzione di caffè a livello mondiale.

Ingredienti

6 cucchiai di caffè arabo in chicchi
10 semi di cardamomo
Cannella o zafferano a piacere
500 ml di acqua

Procedimento

Tritare insieme i chicchi di caffè e i semi di cardamomo, mettere il trito (e se si vuole zafferano o cannella) in un pentolino con l’acqua e fare bollire. Spegnere il fuoco, fare riposare due minuti e ripetere l’operazione per altre due volte. Poi spegnere e lasciare che il composto si depositi sul fondo. Servire il caffè con dei datteri.

«Nel salone, Afaf vede Ammo Yahya versare un liquido color miele dentro bicchieri scintillanti, per gli uomini. Accendono sifari, si accomodano in poltrone di cuoio. Le donne aiutano Khaltri Nesrin a sparecchiare, e poi preparano un bricco di aqhwa; le minuscole tazzine sono già disposte su un vassoio d’argento.»

(foto e ricetta adattata da caffeblabla.com)

ASCOLTA LA TUA BELLEZZA

Ogni domenica scopri la colonna sonora del romanzo

Ascolta la playlist
Oud

Il padre di Afaf è un suonatore di oud, e ha fatto parte per anni di una band tradizionale.
L’oud è uno strumento a corde simile al liuto, con la cassa a forma di pera che contiene tre fori decorati, uno sotto le corde, gli altri laterali. Le corde sono di solito undici e mentre nell’antichità erano di seta o di budello, oggi sono quasi sempre di nylon!

Scopriremo con lui la musica, i suoni e gli strumenti di ieri e di oggi.

«Certe sere, Baba sprofonda sul divano tra lei e Majid, prende il suo OUD e canta in arabo, dolcemente: Se solo quando chiudo e riapro gli occhi // vi trovassi di nuovo qui // di nuovo qui miei amati.»

Flauto ney

«Per nulla scoraggiato dai rifiuti collezionati a Chicago, arruolò due compagni di fabbrica anch’essi immigrati: Ziyad, palestinese di un paese vicino, che quando suonava il FLAUTO NEY faceva venire il battitcuore e Amjad, percussionista egiziano, capace di passare senza batter ciglio dalla tabla al tamburello.»

Nel gruppo musicale di Baba, padre di Afaf, si suona l’oud, e altri strumenti tradizionali; oggi scopriamo il flauto ney.

È uno strumento tipico del Medioriente, anche se si è diffuso in molte civiltà del Mediterraneo e dell’Asia Occidentale. La sua origine è antichissima, infatti si trova raffigurato in alcune piramidi egiziane. Ciò indica che il ney è stato utilizzato ininterrottamente per circa 5000 anni, il che lo rende uno dei più antichi strumenti musicali ancora in uso.

È un flauto del tipo “a imboccatura semplice”, ricavato da una canna svuotata, aperta alle due estremità, tenuta obliquamente dall’esecutore e soffiata sul bordo, senza alcun tipo di imboccatura: il suono è prodotto dal solo frangersi della colonna d’aria contro il bordo superiore dello strumento.

Dabka

La dabka è una danza folkloristica popolare diffusa nei paesi del Medio Oriente, il suo nome deriva dal verbo arabo che significa “sbattere i piedi a terra”. Rappresenta l’amore per la terra e il proprio paese e soprattutto l’unione tra le persone, infatti viene sempre eseguita in gruppo. Esprime sentimenti di gioia e viene praticata in occasioni felici, soprattutto matrimoni.

I danzatori battono i piedi per terra con marce e ritmi molto variegati, che cambiano durante la danza al variare del ritmo della musica. A passo di danza tutti girano in tondo sempre in senso antiorario… Insomma, una versione mediorientale e più scatenata della quadriglia tipica del Sud Italia!

«Istantanee veloci le scorrono in testa mentre scruta l’edificio: Baba che suona l’oud e gli altri uomini arabi che cantano canzoni popolari e ballano la DABKA. Riesce ancora a sentire lo struggimento delle loro voci, il dolore per la patria rubata – il bilad – una terra che lei ha visto solo in vecchie fotografie.»

Tabla

Abbiamo già scoperto due degli strumenti tradizionali usati dal padre di Afaf e dagli altri componenti del suo gruppo; oggi invece parleremo della tabla.

La tabla è uno strumento a percussioni composto di solito da due corpi di forme e dimensioni diverse, ed è suonato con le mani. Al centro della membrana i due corpi sono dotati di un cerchio di pasta nera (syahi) composta da riso bollito, polvere di manganese e limatura di ferro, che creano il suono tipico di questo strumento. Il tamburo più grande crea una sonorità bassa (bhayan o dugg) e si suona con la mano sinistra, mentre il più piccolo una sonorità alta (dhayan o tabla) e si suona con la destra. Grazie alle particolarità di questo strumento si possono ottenere sonorità molto originali.

Riqq

Il tamburello egiziano o Riqq è un o strumento tipico della musica araba. La cornice è fatta di metallo o di legno di limone, i sonagli sono solitamente in bronzo. La pelle tradizionalmente era di razza o di pescecane, mentre ora è comune usare pelle sintetica.

Ha una tecnica unica nel suo genere: il tamburo viene mantenuto con la mano sinistra, che percuote anche una coppia di sonagli; mentre con la mano destra “libera” viene sia percossa la pelle dando i tre suoni caratteristici delle percussioni mediorientali, sia percossi i sonagli stessi.

Qui potete sentire il suono del riqq
Musica pop americana

«Quella sera, Afaf tira fuori il diario di Nada e lo apre per la prima volta. Una pioggia leggera picchietta sulla finestra. Ottobre sta arrivando, e le foglie degli aceri che costeggiano la strada sono di un rosso fiammeggiante. La copertina del diario è ricoperta di adesivi di arcobaleni, e figure ritagliate degli Abba. Nella prima pagina c’è scritto: “PRIVATO! Strettamente riservato a Nada!”»

Finora vi abbiamo fatto scoprire la musica tradizionale araba seguendo i passi di Baba. Ma la musica di Afaf, cresciuta in America negli anni ’70 e ’80, non è solo quella tramandata dai genitori.

Afaf e sua sorella Nada sono molto legate alla musica pop americana, che Afaf continua ad ascoltare anche quando la sorella sparisce.

Gli ABBA sono tra i gruppi che più le ricordano sua sorella, ascoltiamo insieme un loro brano!

Nina Simone

«In camera sua, Afaf toglie le spille dalla shayla, e se la sfila dalla testa. La appende su uno spigolo dell’armadio, e il tessuto lambisce il vecchio giradischi che lei tiene su un tavolino. Estrae un disco da una vecchia scatola lì sotto. Nina Simone comincia a cantare.»

Nina Simone è una dei cantanti cari ad Afaf, che l’hanno accompagnata nella sua adolescenza. Famosissima come cantante e attivista per i diritti civili, nel libro la sentiamo cantare Here comes the sun, cover del celebre pezzo dei Beatles!

LOST IN ARABIA

Ogni martedì conosciamo insieme una parola araba

Habibi e Habibti

«Una donna grossa, dai fianchi a campana, avanza verso Afaf, tenendo le braccia pienotte fasciate nell’abaya. “Ya HABIBTI! Vieni, vieni! Siamo così felici di averti qui!” Si preme Afaf contro il petto abbondante e lei sente odore di lillà, e di sudore. “Perché non sei venuta prima?”»

Habibi e habibti

Habibi e habibti sono termini che ritroviamo in diversi punti del romanzo, per chiamare diverse persone. Sono parole che nella lingua araba significano “amore mio”, ma anche “cara/caro”, “tesoro”. Vengono dall’aggettivo “habib” che ha lo stesso significato, e diventa sostantivato al maschile, come habibi, o femminile, come habibti.

Inshallah

«Afaf si massaggiò la tempia sinistra. “Capisco. Forse lei e suo marito dovreste leggerlo. Potrei farvene avere un paio di copie a casa, tramite vostra figlia Eman. Dopo che lo avrete letto possiamo sederci, INSHALLAH, e analizzare con calma tutte le vostre preoccupazioni”.»

La parola Inshallah significa in arabo “se Dio vuole”, e indica la speranza perché qualcosa possa accadere in futuro. È un’espressione usata dagli arabi di tutto il mondo e deriva direttamente dal Corano.

Nasib

«“Solo che nessuno può ingannare il NASIB”, come diceva sempre Khalti Nesrin per spiegare tante storie tragiche. “È già tutto scritto, habibti”.»

Nasib o Naseeb: È un termine arabo usato anche in molte lingue orientali come l’indonesiano, il malese, il persiano, il turco, l’urdu e altre per indicare il fato, il destino.

Il significato letterale in arabo è “parte”, ma si è interpretato come “la parte di ciascuno nella vita”, da qui ha poi assunto il significato allargato di destino.

Mashallah

«Le muslimat più anziane si affollano all’istante intorno ad Afaf. La abbracciano e la baciano su tutt’e due le guance, le carezzano i capelli. “Come sei bella, MASHALLAH!”»

L’esclamazione mashallah esprime sorpresa, rispetto, gratitudine e gioia per le azioni o i successi di qualcun altro. Viene dal Corano e letteralmente significa “quello che Allah ha voluto”; è diffusa in tutto il mondo arabo, soprattutto nelle zone di religione islamica.

Mashallah può valere anche come esclamazione di ammirazione, come ad esempio in questa citazione oppure di auspicio (contro il malocchio o per contenere un’eventuale invidia).

Niyya

«Quando era tornato dal primo hajj (pellegrinaggio), Mama era rimasta in un angolo della stanza mentre lui disfava le valigie […]. Porgeva i doni ad Afaf, uno per uno, e lei li raccoglieva tutti fra le braccia. Mama aveva sbuffato sprezzante.
Era tornato a casa anche con un’infezione alle vie urinarie. Quanto poteva sopportare ancora, quel fisico già minato?

“Lo so che si può andare anche al posto di qualcun altro, Baba”. Vorrebbe aggiungere “ma Mama non vuole che tu lo faccia per suo conto – non vuole te – non lo capisci?” Invece controbatte “Ma Allah vede oltre, quando ti legge nel cuore – vede la tua NIYYA. Tu il viaggio l’hai già fatto.”»

Niyya significa letteralmente “intenzione” ed esprime un concetto della religione islamica: l’intenzione nel cuore di qualcuno di compiere un atto per amore di Dio.

Le azioni vengono giudicate a seconda delle intenzioni. L’intenzione può essere anche silenziosa, che, come sottolinea Afaf, può essere letta nel cuore e non deve necessariamente essere manifesta.

Sahtain

Sahtain è un termine che si usa per augurare ‘buon appetito’, ma il suo significato letterale non ha a che vedere con l’azione di mangiare. Nella lingua araba oltre al singolare e al plurale esiste un altro numero, cioè il ‘plurale di due’, una specie di ‘paio’ o ‘coppia’.

La traduzione letterale di Sahtain è infatti quella di ‘due saluti’, ‘una doppia salute’, dal momento che ‘salute’ si dice ‘saaha’. L’utilizzo di questa espressione, per augurare buon appetito, è quindi un augurio di essere ‘doppiamente in salute’ grazie al cibo che si sta per mangiare.

«Durante la cena, il marito di Khalti Nesrin li tratta con garbato distacco, e versa loro del succo di arancia da una brocca, anziché Coca-Cola come fa la mamma, a casa. Ammo Yahya e Khalti Nesrin chiacchierano dell’ospedale, e dei pazienti. […] “Lavori così tanto, amore mio” dice la zia, mentre gli versa dell’altro tabbouleh nel piatto, e controlla quelli di Afaf e Majid. “Sahtain! Mangiate, su!”»

Haki fadi

«È la prima volta che il padre cita il Quran. […] recita questo versetto come fossero parole sue, sgorgate da un pozzo di profonda serenità. Ha una nuova canzone da imparare – e la fede è il suo strumento. Mama fa una smorfia sarcastica, aspirando la sigaretta “Sono soltanto haki fadi”. Per lei, sono parole che hanno la stessa forza del velcro: stanno attaccate lì, finche le azioni non le strappano via.»

Haki fadi

Un’espressione popolare nell’arabo orientale, che significa letteralmente ‘parole vuote’. ‘Haki’ deriva dal verbo parlare (yihki), mentre ‘fadi’ significa ‘vuoto’ oppure ‘senza’. Questa espressione si usa per definire un discorso che non significa nulla di concreto, ma che viene fatto solo per dare la parvenza di soddisfare qualcuno, senza che ci sia un’intenzione concreta di farlo. In italiano espressioni che esprimono un concetto simile sono ‘dire tanto per’ oppure ‘supportare solo a parole’… insomma, potrebbe essere la versione araba di ‘a parole siamo buoni tutti’.

I MILLE VELI DELL’ISLAM

Ogni giovedì scopriamo i mille volti dell’Islam attraverso approfondimenti socio-culturali, religiosi, di costume del mondo arabo.

Hijab

«Afaf si tasta la stoffa sulla testa, e le pieghe che si raccolgono morbide sulla gola. Sotto l’HIJAB, è sempre lei. Eppure, una gran parte di Afaf se n’è andata, è nascosta, destinata a mai più mostrarsi in pubblico, e comunque solo in presenza di altre donne.»

Molte donne islamiche scelgono di portare il velo, ma ne esistono diversi tipi. La scelta del velo dipende da molti fattori, come la regione di provenienza, la cultura e l’aspetto religioso.

L’hijab, il più diffuso tra le donne musulmane che vivono in Occidente, ed è anche il velo scelto da Afaf. È composto da due parti: la cuffia che tiene raccolti i capelli e il velo che viene appoggiato su di essa e può essere legato intorno al mento, avvolto intorno al collo o lasciato ricadere sul corpo.

Ramadan

Il mese del Ramadan per i musulmani è il mese sacro del digiuno dedicato alla preghiera e all’autodisciplina. Tutti gli adulti in salute, digiunano dalle prime luci dell’alba fino al tramonto. Oltre a non mangiare e bere, si astengono anche dal fumare e dal praticare sesso.

Quando il sole tramonta il digiuno viene interrotto con il pasto serale (Iftar).

Il mese del Ramadan corrisponde al nono mese del calendario lunare e, infatti, poiché segue le fasi lunari viene anticipato di una decina di giorni ogni anno. Al termine del Ramadan, viene celebrata una festa chiamata Id al-fitr o semplicemente Id, che significa “festa dell’interruzione (del digiuno)”.

«“Il digiuno fa bene al corpo e all’anima” aveva detto a Mama lo scorso RAMADAN, invitandola a condividere con lei e Baba un mese di rinnovamento spirituale. Aveva attaccato sul frigorifero il calendario con gli orari dell’Iftar, spuntando con l’evidenziatore i giorni che mancavano all’Id.»

 

Shari’a

«Un’altra telefonata polemica, ed era solo martedì. “È assolutamente HARAM, Ms Rahman! Tutto quell’alcol, tutta quella dissolutezza!”»

Nel romanzo La tua bellezza compare spesso la parola “haram”, legata a dei comportamenti. Ma cosa significa che qualcosa è haram?

Nella religione islamica, la Shari’a è il complesso di regole di vita e di comportamento dettato da Dio per la condotta morale, religiosa e giuridica dei suoi fedeli. Nella Shari’a, le azioni sono divise in cinque categorie: obbligatorie (farḍ), raccomandabili (mustahahh), lecite (halāl), riprorevoli (makruh), proibite (harām).

Mangiare la carne di maiale e bere è “haram” – proibito, mentre tatuarsi, per esempio, è “makruh” – riprovevole. La differenza tra i due è che gli atti “makruh” non vengono puniti, ma se ti astieni dal compierli sei premiato.

Velo e femminismo

In molti siamo abituati a pensare che il velo, in qualsiasi sua forma, sia uno strumento di oppressione per le donne islamiche. Sicuramente è vero in molti casi dove le donne sono obbligate a indossarlo, ma sono tantissime le donne che lo scelgono.

Per Afaf, la protagonista di La tua bellezza, rappresenta il simbolo di un cambiamento profondo nella sua vita. Il passaggio dal sentirsi estranea al momento in cui sceglie di appartenere a una comunità.

Per tante donne musulmane, portare il velo è una scelta personale e identitaria.
A volte esprime proprio la loro indipendenza, libertà e anche il proprio femminismo.

«Pensa a Kaukab, a come porta il velo come simbolo di onore – di sfida, perfino. Afaf è molto colpita: è tutta la vita che cerca di essere come gli amarkani, solo per essere usata e respinta.»

I cinque pilastri

«Bilal ha accettato un primo impiego in una società di revisione contabile, mentre si adopera per il riconoscimento dei suoi esami universitari. Il suo sogno è sviluppare un sistema di pratiche bancarie halal per musulmani, dirottando in BENEFICIENZA gli interessi generati dai conti correnti.»

Nel libro vediamo Bilal, il marito di Afaf, impegnato a trovare un sistema per trasformare gli interessi bancari in beneficienza. Proprio la beneficienza è uno dei cinque obblighi fondamentali previsti dalla Legge religiosa, e della Shari’a, per ogni credente musulmano di qualsiasi sesso, in ottemperanza alla volontà di Dio.

Questi obblighi sono anche conosciuti come i cinque pilastri e sono: la Testimonianza di fede (shahāda), la preghiera (salāt), l’elemosina legale (zakāt), il digiuno (ṣawm o ṣiyam) nel mese di Ramadan e il pellegrinaggio (ḥajj) alla Mecca almeno una volta nella vita.

Musbah

Il musbah è un bracciale fatto di grani/perle, che vengono usati durante i momenti di preghiera per tenere il conto delle litanie da ripetere. Spesso si tratta di perle di legno o di plastica, ma possono essere anche pietre preziose o semi-preziose.

Rosari composti da 99 perle, per consentire tre tipi di preghiera, ripetute 33 volte ciascuno.

La tradizione vuole che il primo musbah sia stato creato dalla figlia di Maometto, con la terra dei sepolcri dei martiri, da lei sarebbe nata l’usanza di fabbricare questi oggetti.

«Baba faceva ruotare tra le dita i piccoli grani di onice del MUSBAHA, il rosario che aveva portato a casa dall’hajj (pellegrinaggio), mentre Majid si guardava i piedi.»

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