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Il ritorno del ronin

Nota dell’autore

“Scriverai un altro libro su Kaze?”
Era questa la domanda che mi facevano più di frequente, ogni volta che apparivo in pubblico. Per anni, la risposta è sempre stata no. La trilogia che avevo in mente era conclusa, e io non ero interessato a continuare. Se siete arrivati qui, sapete che ho cambiato idea. Lo scopo di questa nota è spiegare come mai, e rispondere ad alcune domande che mi sento rivolgere spesso.
Per quanto strano possa suonare, sono stati oltre dieci anni di problemi di salute a farmi riprendere in mano la storia di Matsuyama Kaze. Vi risparmio gran parte dei dettagli più orribili, ma sappiate che questi problemi comprendono due casi di tumore (di cui uno davvero aggressivo che, mi dissero, avrebbe potuto uccidermi in due anni), una radioterapia debilitante, una polmonite, un ascesso epatico che mi costrinse ad andare in giro per settimane con un tubo di plastica per il drenaggio che mi sbucava dal petto (e assomigliava all’asta di una freccia). Come se non bastasse, stavo invecchiando, e i naturali acciacchi dell’età cominciavano a farsi sentire tutti insieme.
Mi considero un tipo piuttosto stoico, ma con l’accumularsi di queste preoccupazioni iniziai a scoraggiarmi. Non appena risolvevo un problema ne spuntava fuori un altro.
Man mano che mi riprendevo, cominciai a ripensare a Kaze e ai miei libri sui samurai; erano andati ben oltre le mie aspettative, sia per longevità sia per accoglienza positiva. Presi anche a domandarmi cosa fosse capitato a Kaze dopo aver liberato Kiku.
Una volta guarito, scrissi una raccolta di racconti ambientati nel Giappone del periodo Meiji, con protagonista Sherlock Holmes. Volevo dar prova a me stesso di essere ancora in grado di scrivere, e quel progetto combinava il mio amore per il Giappone con la naturale passione che il lettore di mystery nutre per Sherlock Holmes. Ogni storia aveva un tocco squisitamente giapponese ed era raccontata dal punto di vista dell’altrettanto giapponese dottor Watanabe (che faceva le veci del dottor Watson). Sono stato in Giappone un mese intero a fare ricerca per il libro, con l’aiuto di alcuni amici del posto. La raccolta s’intitola Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone (Marcos y Marcos 2014) .
I nuovi personaggi e la nuova ambientazione mi avevano costretto a informarmi su un diverso periodo storico. Dati i miei frequenti problemi di salute, la stesura di questo libro richiese parecchio tempo, ma ci lavorai con determinazione per diversi anni, finché non lo portai a termine.
Mentre mi impegnavo in questo progetto su Sherlock, il destino di Kaze continuava ad assillarmi. Cosa gli era capitato dopo la fine della trilogia? Dov’era diretto con Kiku? Avrebbe provato a crescerla? Erano tante le domande che mi balenavano per la testa, e il gentile interesse dei lettori, soprattutto di quelli francesi, italiani, o di altri mercati in cui si leggono i miei libri in traduzione (attribuisco questo successo all’estero al grande talento dei miei traduttori), stava alimentando il mio desiderio di scrivere un altro libro su Kaze.
Così, mi sono messo al lavoro sul libro che ora avete tra le mani. La storia riprende più o meno dalla fine di A morte lo shogun e risponde, o almeno spero, ad alcune domande sul destino dei personaggi.
Un’altra curiosità frequente riguarda la genesi di Matsuyama Kaze.
Nell’aspetto, l’ho sempre immaginato molto simile al Toshiro Mifune di La sfida del samurai di Kurosawa, anche se dotato di braccia e spalle più muscolose.
Il contegno e il carattere di Kaze, però, sono un amalgama di più persone.
Innanzitutto, Tsukahara Bokuden. Bokuden è il samurai che preferisco del cosiddetto periodo degli Stati belligeranti (o periodo Sengoku), perché seppe esprimere la sua incredibile abilità sia con la spada sia con il pennello calligrafico. Era un tipo riflessivo, e riuscì a comprendere, a un certo punto, che ruolo/funzione avesse il combattimento nella sua esistenza. E non gli mancava il senso dell’umorismo. In Agguato all’incrocio attribuisco a Kaze una trovata di Bokuden. Un giorno, a bordo di una barca, Kaze si fa beffe di un giovane samurai arrogante raccontandogli del metodo di combattimento Senza spada. Trova poi il modo di abbandonare il samurai su un’isola, prendendosi gioco di lui, senza sguainare la spada né spargere sangue. Quell’episodio non era altro che la mia rivisitazione di una storia vera.
Per buona parte della sua vita, Bokuden aveva vagato per il Giappone come un cavaliere errante, frequentando le migliori scuole di spada e affrontando vittoriosamente trentasette duelli contro i migliori spadaccini che era riuscito a scovare. Più si faceva maturo, tuttavia, più cresceva in lui la consapevolezza delle proprie abilità, finché non si rese conto che non c’era motivo di ingaggiare continui combattimenti per dimostrare di essere il miglior spadaccino in circolazione. Giunse anzi alla conclusione che era meglio evitare di combattere, se possibile. Ai giorni nostri molte scuole di arti marziali hanno adottato questa filosofia, ma all’epoca di Bokuden era un credo del tutto nuovo, rivoluzionario.
Un’altra storia che lo vede protagonista racconta di un daimyo deciso a ottenere un esemplare della sua celebre calligrafia. Nel tentativo di sottrarsi al ruolo di scimmia ammaestrata per un ricco nobile, Bokuden gli aveva promesso di soddisfare la sua richiesta solo a patto che lui ricoprisse il fianco di una collina con un enorme foglio di carta. Il costo per procurarsi tutti quei fogli e incollarli insieme si prospettava elevatissimo, ma il daimyo, che si era intestardito, acconsentì (probabilmente facendo arricchire tutti i produttori di carta locali).
Pronto il foglio gigante, Bokuden si presentò con una vecchia scopa e un secchio pieno di inchiostro calligrafico. Mentre aspettava, il daimyo non aveva idea di cosa avrebbe scritto Bokuden; era però convinto che, qualsiasi cosa ne fosse uscita, sarebbe stata di dimensioni spropositate, arguta e potenzialmente redditizia.
Bokuden studiò la collina di carta per diversi minuti, poi intinse la scopa nell’inchiostro e vi si avvicinò, pronto a tracciare il primo carattere. Partendo dal bordo, Bokuden si trascinò dietro la scopa per scrivere il kanji di Ichi, uno, un’unica pennellata orizzontale che si estendeva da un lato all’altro del foglio.
Bokuden indietreggiò oltre il bordo e si allontanò un poco per contemplare quella linea gigantesca e solitaria che attraversava la distesa bianca. Ichi è il carattere kanji più semplice che si possa immaginare.
Dopo aver osservato l’enorme ‘uno’ sulla carta, Bokuden disse al daimyo: “Be’, questo dice tutto, non vi pare?” Poi lasciò cadere la scopa e se ne andò. Trovo sia una storia divertente, ma è probabile che il daimyo non abbia colto l’ironia. Inoltre, pur nella sua semplicità, l’atto calligrafico di Bokuden poggiava su un concetto filosofico, perché il kanji ‘uno’ è legato a un’importante nozione zen.
Per altri tratti della personalità di Kaze mi sono ispirato a uno dei miei zii, che era appassionato di arti marziali e aveva persino un bel dojo adiacente a casa sua. Ogni mattina si svegliava alle quattro e cominciava l’allenamento. Francamente non ho mai nutrito il desiderio di alzarmi così presto per emularlo, però sono certo sia stato il suo esempio a trasmettermi quell’amore per la disciplina e la dedizione che ogni arte (marziale e non) richiede.
I lettori mi domandano se Kaze abbia anche qualcosa di mio. Ogni personaggio eredita un po’ del DNA del suo autore, ma in tutta onestà non posso dire di essere altrettanto coraggioso, disciplinato ed equilibrato.
Creando Kaze, ho considerato seriamente la possibilità di assegnargli un grave difetto che lo caratterizzasse. È uno stratagemma che molti scrittori utilizzano per rendere più intriganti i loro personaggi. Ho accarezzato l’idea durante l’intera realizzazione di Agguato all’incrocio, il primo libro della trilogia. Alla fine, tuttavia, ho deciso di abbandonarla, e per un motivo ben preciso.
Viviamo in un’epoca cinica. Forse ogni epoca è cinica a modo suo, ma la nostra sembra esserlo più di altre. È come se, alla resa dei conti, ogni eroe finisca per rivelare un terribile lato oscuro. Faccio un esempio: da ragazzo ammiravo molto Charles Lindbergh per essere riuscito nell’impresa di sorvolare l’Atlantico in totale solitudine. M’interessavo di aeronautica, e lessi parecchie cose sul mezzo di Lindbergh e su quella traversata da record. L’audacia e la tecnica necessarie per portare a termine una simile impresa nel 1927 apparivano ai miei occhi tremendamente romantiche.
Poi, crescendo, venni a sapere delle simpatie fasciste di Lindbergh, della sua fede nel suprematismo bianco, del suo antisemitismo e delle famiglie bigame che aveva nascosto in giro per il mondo. Benché riconosca ancora oggi il suo coraggio, l’immagine dell’eroe ne è uscita distrutta.
Volevo che Kaze fosse un eroe. Un eroe genuino. Anche se nel mondo reale gran parte degli eroi sembrano piegarsi alle loro stesse debolezze, esistono ancora persone oneste, autentiche, coerenti nel privato alla propria immagine pubblica. Sono rare, ma esistono. Io ho avuto la fortuna di conoscere un paio di individui di questa risma, e, se siete abbastanza fortunati, ne conoscete qualcuno anche voi. Era questo il genere di persona che volevo fosse Kaze. Non mi serviva un difetto artificiale per renderlo interessante. Pensai che la sua devozione all’onore avrebbe coinvolto sufficientemente il lettore.
Kaze segue un codice d’onore ben preciso. Potremmo chiamarlo bushido, anche se, di fatto, non esiste una definizione universalmente valida per questo termine. Ogni clan interpretava autonomamente come dovessero comportarsi i suoi samurai. Alcune variazioni alla norma erano nobili principi, altre sfociavano in azioni subdole e disoneste. Inoltre, in ogni clan c’erano individui mossi unicamente dal proprio interesse personale.
L’epoca dei samurai durò almeno cent’anni. Naturalmente, nel corso di questo lungo periodo il loro ruolo e la loro posizione sociale subirono una mutazione. Il libro più conosciuto sul costume dei samurai è probabilmente l’Hagakure di Yamamoto Tsuramoto, che, scritto nel primo Settecento, a mio parere fornisce solo un’istantanea dell’etica comportamentale dei samurai, circoscritta a un determinato momento storico. Kaze rispetta un codice d’onore basato su ciò che, secondo me, un samurai del 1603 poteva ritenere nobile.
Nel libro, ho coreografato gli scontri con la spada come fossero scene di danza. Tra i miei materiali di ricerca ci sono delle xilografie prese da manuali di combattimento dell’epoca. Quando comincio a descrivere un combattimento, tento di riprodurre una delle posizioni che queste illustrano, poi, per concluderlo, scelgo il disegno di una mossa o di un fendente e collego le due posizioni con gli opportuni movimenti. Se a combattere sono in tanti, combino diverse azioni in modo che l’una fluisca con naturalezza nell’altra. Provo a evitare tutte quelle assurdità che si vedono ogni tanto nei film di serie B sui samurai (pugnalare qualcuno alle spalle senza guardare, lanciarsi in capriole o altre acrobazie senza un motivo apparente ecc.).
Capita che i critici e i lettori sottolineino la forza dei personaggi femminili dei miei libri. L’immaginario occidentale che vede la donna giapponese remissiva e sottomessa è molto lontano dalla mia esperienza. Per questo motivo penso ai personaggi femminili proprio come a quelli maschili, evitando passettini delicati e occhiatine fugaci da dietro il ventaglio.
C’è anche chi ha detto che i miei libri sono troppo brevi. Lo prendo come una sorta di complimento (perché vorrebbero andare avanti a leggere?), ma, parafrasando il personaggio di Mozart nel film Amadeus, ogni mio libro è esattamente della lunghezza che deve avere. Non una parola in più, non una in meno. Diversi editor mi hanno consigliato di non gonfiare le storie per raggiungere una lunghezza arbitraria, anche quando il libro si rivela più corto di quanto previsto dal contratto. Un ottimo consiglio, che ho cercato di seguire.
Mi sono laureato in scrittura creativa e ho ricevuto una formazione da poeta. Questo potrebbe aiutare a spiegare la mia predilezione per la prosa breve e concisa.
Sono io l’autore degli haiku che trovate nei miei libri. Un’organizzazione zen americana mi ha suggerito di raccoglierli in un volumetto e pubblicarli separatamente. Io non ho voluto.
Nei miei libri, questi componimenti fanno da commentario al capitolo che segue, e resta dunque poco margine per la giocosità e l’arguzia che caratterizza i migliori haiku. Non meno importante, tradizionalmente l’haiku contiene un’allusione alla stagione a cui fa riferimento. La maggior parte degli haiku nei miei libri ne è priva.
Se volete farvi un’idea di cosa sia l’arte dell’haiku al suo apice, vi suggerisco di dare un’occhiata all’opera di Basho Matsuo. Durante i miei viaggi in Giappone scoprii a un certo punto che la mia strada continuava a incrociare casualmente quella di Basho, la quale prendeva, di volta in volta, la forma di un ponte, di una statua o di un luogo citato nei suoi haiku, scritti nella seconda metà del Seicento. Quelle poesie sono diventate buone compagne di viaggio, e lui una sorta di amico, proprio perché avevo visitato accidentalmente posti per lui tanto importanti.
Benché i miei libri siano relativamente brevi, la loro stesura richiede un impegno considerevole. Senza contare le ricerche, il vero sforzo riguarda il lavoro di revisione: la scelta e l’ordine delle parole, la chiarezza e l’economia narrativa sono tutti elementi che rientrano nel processo. Questo tipo di approccio ha perfettamente senso se applicato a una poesia di cinquanta parole, ma con un romanzo diventa molto più impegnativo.
Ho riscritto un romanzo per ben sei volte perché non mi sembrava mai abbastanza ritmato, e ogni mio manoscritto passa per almeno due giri di bozze. Considero il lavoro di revisione una sorta di malattia, una malattia che non riesco a curare.
Questo non significa che i miei libri siano perfetti. Tutt’altro. In fase di revisione, si rischia facilmente di ripetere informazioni, lasciare buchi di trama e infilare qualche refuso. A maggior ragione se si scrivono mystery, dove ciò che avviene dietro le quinte è spesso collegato alla risoluzione dell’enigma. Non cerco di giustificare me stesso o i miei editor per eventuali errori, provo soltanto a dare una spiegazione.
Nessuno dei miei libri è un giallo classico alla Agatha Christie. Ammiro gli intrecci costruiti in quel modo, con acume e maestria; ma, molto semplicemente, non è il genere che tratto. Per me, l’impulso a risolvere il mistero è il motore della trama, ciò che permette man mano di svelare usanze e tipi umani. Il punto non è chi commette il delitto: è il movente che m’interessa, e in che modo esso s’inquadra in un contesto squisitamente giapponese.
Per concludere, ricevo spesso domande su di me e sulla mia famiglia. Non amo particolarmente parlarne, anche perché sono convinto che un’opera debba reggersi unicamente sui propri meriti, e non sulla storia personale dell’autore. In Europa, tuttavia, mi è capitato di rispondere a domande personali, e anche in maniera esaustiva, a partire da un’intervista particolarmente accurata in Italia, su Radio Rai Tre. Condividerò dunque anche qui, per i curiosi, ciò che già è di dominio pubblico.
Sono nato nel 1946 a Hilo, nelle Hawaii. Durante la Seconda guerra mondiale, la baia di Hilo veniva sfruttata come rimessa per i convogli del Pacifico, e la cittadina era molto vivace. Non so quasi nulla del mio padre biologico. Non so come si chiamasse, né da dove venisse. So, però, che era membro della marina degli Stati Uniti, che era stato a Hilo a febbraio o a marzo del 1946 e che era caucasico. Ho fatto analizzare più volte il mio profilo genetico, e il suo DNA è il più diffuso tra gli individui di sesso maschile dell’Europa occidentale. C’è un venticinque percento di probabilità che i suoi antenati provenissero dall’Inghilterra o dall’Irlanda, e un dieci percento di probabilità che fossero invece francesi o tedeschi. Nonostante i miei numerosi sforzi per saperne di più non sono mai riuscito a risalire al suo nome, o a scoprire se fosse consapevole di aver generato un figlio alle Hawaii.
È probabile che la mia ossessione per il legame materno con il Giappone e la cultura giapponese sia imputabile a questa assenza di radici paterne. La professoressa Tomoko Yamaguchi, un’esperta di scrittori nippo-americani che insegna all’università di Osaka, ha rilevato uno schema nei miei libri. I primi due (Death in Little Tokyo e The Toyotomi Blades) erano incentrati sull’esperienza dei giapponesi in America. Con i miei libri sui samurai ho cominciato a scrivere romanzi storici ambientati in Giappone, passando così a esplorare le radici di quella cultura. Il mio editore di allora non riuscì a comprendere perché volessi accantonare una serie di successo che si era guadagnata premi e candidature per dedicarmi a qualcosa di diverso. Lo feci perché desideravo risalire alla fonte della cultura giapponese, non per ragioni commerciali.
Sono lusingato che il mio lavoro sia stato menzionato in diversi articoli accademici e al centro di due tesi di dottorato e di almeno una tesi di master (in italiano), ma finora solo la dottoressa Yamaguchi ha intuito il reale motivo del mio approdo ai romanzi storici: quando faccio ricerche per i miei romanzi, ricerco me stesso.
Venendo alla storia della mia famiglia materna, avevo un terreno molto più solido su cui operare. Certo, gran parte di ciò che so può essere etichettato come leggenda famigliare; tuttavia, sono riuscito a trovare registri di censimento e di immigrazione che confermano alcune date chiave del racconto.
Avevo uno zio che era un poeta pubblicato e un giornalista premiato (sia per il suo lavoro in inglese, sia in giapponese). Legai con lui trascorrendo un’estate alle Hawaii all’età di dieci anni, e da allora avevamo continuato sporadicamente a sentirci. Indagava sulla storia della famiglia in Giappone, ma molte delle informazioni che otteneva erano state tramandate oralmente e contenevano una buona dose di leggende locali. Ad esempio, nel villaggio della nostra famiglia si raccontava che mio nonno fosse alto due metri e mezzo! Mio nonno era alto circa un metro e ottanta, una statura comunque elevata per un giapponese della sua generazione, e come sempre accade, dopo che ebbe lasciato il Giappone, la leggenda lo fece crescere un altro po’.
Furutani è un cognome insolito. I kanji (caratteri cinesi) che lo compongono vengono solitamente pronunciati ‘Furuya’, che invece è piuttosto comune. È la pronuncia ‘Furutani’ a essere insolita, ma tipica della Prefettura di Yamaguchi, che si trova a sud dell’isola di Honshu.
Sulla storia della mia famiglia non esiste nulla che risalga a prima del 1868.
In quell’anno, una piccola barca approdò sull’isola di Suo-Oshima, nel mare interno di Seto. Sulla barca c’erano dieci persone, tutte donne e bambini, di cui gli unici maschi non avevano più di dieci anni. Erano tutti membri della famiglia Furutani. Dalle ricerche di mio zio non sono emersi né documenti né testimonianze che spieghino come mai la famiglia era stata abbandonata su quella barca, in balia dei capricci del fato.
Tuttavia, l’anno – il 1868 – e l’assenza di uomini adulti sono entrambi validi indizi, come anche il fatto che quel ramo della famiglia Furutani, il mio, facesse parte del clan Matsudaira.
Il clan Matsudaira era un ramo cadetto dei Tokugawa, il clan dello shogun. Originariamente, infatti, il clan Tokugawa portava il nome della famiglia Matsudaira. Faccio notare che nei clan giapponesi c’era spazio per ogni classe sociale, dai contadini ai samurai, e farne parte non implicava una parentela con lo shogun o la nobiltà.
Il 1868 costituisce un altro indizio importante. Fu un anno cruciale di un periodo complesso, la rivoluzione Meiji, perché vide la vittoria militare dei sostenitori dell’imperatore contro le forze dello shogunato. Essendo schierati con i Tokugawa e con lo Shogun, i Matsudaira si erano ritrovati tra le fila degli sconfitti.
La guerra civile produsse un cambiamento radicale nella società giapponese, e può darsi che una piccolissima parte di quel cambiamento avesse investito anche i membri superstiti dei Furutani, spingendoli su una barca alla mercé del mare. Per quanto riguarda gli uomini e i ragazzi più grandi, temo non fossero sopravvissuti alla rivoluzione.
I registri del tempio buddista di Suo-Oshima censiscono la genealogia della famiglia e le sue successive ramificazioni a partire dal 1868. Non c’è nulla prima di quella data (ne posseggo una copia e parte proprio da lì, senza introduzioni). A quanto pare, in famiglia non si parlava mai del perché li avessero esiliati in mare, e fu per questo che mio zio non riuscì a ricostruire la loro storia prima di quell’avvenimento, né a capire come mai il carico di Furutani fosse approdato proprio su quell’isola. Molto probabilmente i documenti utili non sono sopravvissuti alla devastazione della guerra e del tempo.
L’isola di Suo-Oshima è piuttosto graziosa, con le sue sponde rocciose circondate dal blu intenso del mare. Si trova nel Mar di Seto, a circa settanta chilometri a sud di Hiroshima. A collegarla alla terraferma c’è un lungo ponte da cui si vede – o almeno si vedeva, quando l’ho attraversato io – un ampio vortice marino, nel bel mezzo dello stretto di Obatakeseto. L’isola è rinomata per la pesca e per la coltivazione dei mandaranci Mikan.
Mio nonno divenne pescatore, e a quanto pare uno di quelli bravi. A dieci anni già gli spettava una quota del pescato pari a quella di un adulto: un riconoscimento inusuale per un ragazzino così giovane. Nonostante il suo talento, sembra che mio nonno non fosse altrettanto abile nel distinguere e onorare le zone di pesca rivendicate dai villaggi circostanti. Non fu mai colto in flagrante, ma le voci che circolavano finirono per suscitare un notevole nei suoi confronti. Probabilmente fu proprio quel clima surriscaldato a rendergli attraente la prospettiva di lasciare il Giappone.
Alla fine dell’Ottocento c’erano diversi latifondisti alle Hawaii in cerca di manodopera a basso costo per le proprie piantagioni. Le zone meridionali del Giappone tendono a diventare molto calde e umide in estate, e questo, unito alla reputazione di gran lavoratori dei giapponesi, rendevano il Sud del paese e Okinawa luoghi di reclutamento privilegiati per le piantagioni.
Mio nonno e mia nonna firmarono un contratto da braccianti per andare alle Hawaii. Si sa con certezza che le loro pratiche furono sbrigate in un modesto centro per l’immigrazione di una sola stanza, a Hilo. Il centro esiste ancora oggi, ma non si trova più lì. Dato il gran numero di immigrati giapponesi che erano passati per quella casetta di legno, l’edificio fu rilevato e trasferito dalle Hawaii in Giappone.
Ora sorge nel complesso architettonico di Meiji Mura, un’interessante esposizione a cielo aperto che rievoca l’atmosfera del periodo Meiji; gli edifici, tra i più svariati, includono dimore di nobili e di scrittori, l’atrio originale realizzato da Frank Lloyd Wright per l’Imperial Hotel e negozi e strutture municipali come un ufficio postale e una prigione. Meiji Mura si trova a nord di Nagoya ed è fuori dalle rotte abituali dei turisti stranieri, ma io ero ansioso di andarci, anche solo per poter entrare nell’edificio che aveva dato il benvenuto ai miei nonni sul territorio statunitense.
Le politiche delle piantagioni non sono concepite per il beneficio di chi ci lavora. La condizione di mio nonno somigliava a una sorta di schiavitù a contratto: lavorare la terra era necessario per ripagare le spese di trasferimento.
Si rese conto molto rapidamente che sottostare a quel sistema sarebbe stato difficile, se non impossibile: viveva in una casa di proprietà della piantagione, a cui versava l’affitto; era obbligato a fare la spesa in un negozio della compagnia, e i prezzi erano salati; l’emporio faceva credito senza particolari limitazioni ai lavoratori, ma l’unico scopo era renderli sempre più indebitati, vincolandoli così al duro e sporco lavoro della piantagione.
Non appena capì come funzionava, mio nonno non si fece più vedere.
Il giorno che non si presentò al lavoro, il vicecapo andò a casa sua. Il vicecapo era un piccolo funzionario incaricato di supervisionare la squadra di lavoro di cui faceva parte mio nonno. Sono certo che intendesse rifilargli una bella ramanzina, o magari qualcosa di peggio, a giudicare dalla mazza che si era portato dietro.
Ma niente nonno.
Quelle delle piantagioni sono comunità molto piccole. Anche la cittadina di Hilo era molto piccola. Se pensate poi che mio nonno era alto un metro e ottanta, vi renderete conto che avrebbe spiccato in mezzo a un qualsiasi gruppo di giapponesi. Tuttavia, il vicecapo non riuscì a trovarlo.
Il nascondiglio del nonno era piuttosto semplice. In quel periodo, alle Hawaii si costruivano case rialzate per facilitare la circolazione dell’aria. Per nascondersi, gli era bastato infilarsi sotto la casa.
Qualche giorno dopo la sparizione di mio nonno, il vicecapo trovò una cosa interessante sul portico di casa sua: un involto di foglie contenente un pesce di prima scelta, freschissimo e pronto per essere pappato. Il vicecapo non aveva idea dell’identità del mittente, ma fu felice di accettarlo. Qualche giorno dopo apparve un altro pesce delizioso. Poi un altro. Poi un altro ancora. E con quest’ultimo pesce, avvolto in una foglia, c’era abbastanza denaro per pagare l’affitto della casa che mio nonno occupava. Ben presto, il vicecapo smise di presentarsi alla sua porta.
Andò avanti così per circa sei mesi, poi un giorno, nel centro di Hilo, il vicecapo vide mio nonno e mia nonna percorrere la sua stessa strada. Gli si presentava un vero e proprio dilemma morale. In teoria, sarebbe stato obbligato ad acciuffare mio nonno e a rispedirlo a lavorare in piantagione; d’altra parte, però, il pesce era un dono gradito, e l’affitto della casa era stato pagato. Che fare?
Improvvisamente, il vicecapo fu colto da un profondo rapimento per la forma delle nuvole sopra di lui. Rimase impalato in mezzo alla strada, col naso all’insù, finché mio nonno e mia nonna non furono passati. Poi riprese a badare agli affari suoi. Non avendolo visto, non era obbligato a prendere provvedimenti.
Grazie ai proventi della pesca, mio nonno fu presto in grado di liquidare il contratto con la piantagione e di trasferirsi nel centro di Hilo. Viveva in una grande casa che dava su Banyan Drive, proprio di fronte ai giardini Lilioukalani (ora il lotto è stato inglobato in un campo da golf). La casa era grande perché doveva ospitare i suoi undici figli; grazie alla sua abilità nella pesca, comunque, poteva garantire loro una vita piuttosto agiata. I maschi ricevettero la dovuta istruzione, chi in Giappone chi alle Hawaii, e le femmine (inclusa mia madre), finite le superiori, fecero un anno di ‘scuola di perfezionamento’ in Giappone per imparare la cultura.
Tutto questo prima della guerra, ovviamente.
Mia madre era a Pearl Harbor durante l’attacco del 7 dicembre. Frequentava un campo estivo parrocchiale sulle colline, e da lì lei e i suoi compagni avevano una veduta panoramica dell’offensiva. Lo spettacolo fu interrotto quando un aereo giapponese scambiò un grande serbatoio d’acqua vicino al campo per un serbatoio di benzina. Il pilota volò così raso al campo che il capannello di ragazzi riuscì a vederlo in viso. Ogni prospettiva di restare a guardare evaporò nel momento esatto in cui il serbatoio fu colpito da una bomba ed esplose. I giovani si precipitarono nel refettorio, misero sui tavoli dei materassi e ci si rannicchiarono sotto. In fondo alla mensa, una radio a tutto volume trasmetteva un esagitato cronista che assicurava non si trattasse di un’esercitazione.
Mia madre lavorava per la Croce Rossa durante la guerra, ma la prosperità di mio nonno gli si ritorse contro. Il suo peschereccio era ben equipaggiato di tutto, inclusa una radio, e fu sequestrato dal governo. La radio poteva significare che fosse una spia.
Non ci è dato sapere se ricevette una qualche forma di risarcimento per quel sequestro; certo è che non pescò mai più.
Dopo la guerra, nacqui io. Ero ancora un neonato quando, mentre mia nonna risaliva una scala esterna con me in braccio, la scala crollò. Mia madre si convinse che si fosse raggomitolata attorno al mio corpo per proteggerlo dall’impatto col terreno. Atterrai sopra di lei, e apprezzo davvero tanto qualsiasi cosa abbia fatto per proteggermi. Le costò la vita. In una visione distorta della situazione, mia madre affermò che avevo ucciso mia nonna e che le avevo rovinato la vita. Man mano che questo delirio guadagnava terreno nella sua mente, la mia condizione si faceva sempre più difficile e segnata da abusi fisici di estrema violenza, tanto che alla fine dovettero intervenire le autorità.
Crescendo, e tirandomi fuori da quella situazione, mi resi conto pian piano che alcune persone hanno avuto un’infanzia anche più dura della mia, e che non potevo permettermi di crogiolarmi nell’autocommiserazione. Dovevo rimettere insieme i pezzi e andare avanti con la mia vita. Sono riuscito a sopravvivere a un’infanzia violenta e a guadagnare sufficiente saggezza da trarne qualche insegnamento: mi sento molto fortunato per questo.
Un’ultima domanda che mi rivolgono spesso riguarda il fondamento filosofico dei miei libri. La prima volta che me la porsero rimasi sinceramente sorpreso dal fatto che alcuni lettori prendevano quelle storie abbastanza sul serio da volerne comprendere i principi teorici e culturali.
Il primo obiettivo della mia scrittura, tuttavia, è raccontare una storia interessante. Se altro se ne può trarre, questo dipende esclusivamente dall’interpretazione dei lettori. Come scrisse Robert Pirsig: “Il solo zen che si trova in cima alle montagne è quello che ci portiamo noi”*.
I miei libri riflettono il mio modo di vedere la vita, e se ci trovate una qualche forma di saggezza, quella viene da voi. Su questa faccenda la penso più o meno come la pensa Kaze sul talento con la spada: il talento è innato, ma va coltivato con lo studio e la pratica. Credo sia un concetto buddista. Negli anni della crescita andavo a messa in una chiesa metodista, ma da piccolo ho frequentato un asilo buddista della scuola Honganji. Forse qualche residuo di quel modo di pensare, anche se precoce, mi è rimasto.
Sappiate che non sono un buddista né un fautore di alcuna religione o filosofia. Penso solo che la meditazione, in particolare la meditazione zen della scuola Soto, sia utile per alleviare lo stress e affrontare l’esistenza. Io e mia moglie abbiamo avuto la fortuna di apprendere la meditazione zazen dal reverendo Tom Shuichi Kurai del tempio Sozenji. Tom è stato un amico, un talentuoso musicista e un abate della scuola Soto. L’approccio di Kaze allo zen e alla meditazione rispecchia la mia comprensione di ciò che lui mi ha insegnato.

*Robert M. Pirsig, Lo Zen e l’arte della manutenzione della bicicletta, Adelphi Edizioni, Milano 1990.

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