Viaggiare tra le pagine dei libri di Miriam Toews?

Con “Mi chiamo Miriam Toews” vi proponiamo un percorso ricco di musica, curiosità, mappe, approfondimenti, aneddoti di vita e scrittura di questa grande autrice contemporanea.

La-mia-estate-fortunata_web
tradotto da Claudia Tarolo
Pubblicato in Canada nel 1996, in Italia nel 2019

Lucy non ha idea di chi sia il padre di suo figlio; Lish sogna ancora il mangiafuoco che in una notte di passione l’ha messa incinta di due gemelle e poi è sparito.
Si barcamenano con i sussidi del welfare e hanno tutte storie strampalate; sognatrici, guerriere e un po’ bandite, sono le ragazze madri dell’Half-a-Life.
È un giugno di pioggia e di zanzare quando arriva una lettera del mangiafuoco. Sta facendo spettacoli in Colorado e all’improvviso ha nostalgia di Lish.
Lucy e Lish non ci pensano due volte. Con cinque figli ignari, rimediano un furgone scassato e vanno a cercarlo.
Per Lucy quella sarà la sua estate fortunata.

Dall'inchiesta al romanzo

La mia estate fortunata è l’esordio di Miriam Toews, ma ha già in sé molti dei temi ricorrenti nei suoi futuri romanzi: la ribellione giovanile, il legame con la sua vita, il viaggio e la presenza di protagoniste femminili forti e originali.

Scritto quando era una giornalista freelance, l’idea è nata dopo aver lavorato su un documentario per CBC Radio sulle madri single.
C’era qualcosa che sentiva di non aver raccontato nella sua inchiesta.

Come racconta lei stessa in diverse interviste, si era approcciata al giornalismo probabilmente perché non era pronta per realizzare il sogno della scrittura. Ma aveva il vizio di abbellire le notizie. Così, un insegnante, accortosi del suo talento, la incoraggiò a scrivere romanzi. Fu il primo a credere in lei, dopo suo padre.

Mi chiamo Miriam Toews

La mia estate fortunata ha vinto il John Hirsch Prize nel 1996 ed è stato candidato allo Stephen Leacock Memorial Medal for Humour e al McNally Robinson Book of the Year Award, premio poi vinto con Un tipo a posto.

Le ingiustizie del sistema

FOTTI I RICCHI EPPOI MANGIALI

Questa è la scritta che campeggia sul muro del parcheggio dell’Half-a-Life. Testimonianza dell’equilibrio tra dramma e commedia, ci ricorda che La mia estate fortunata non è solo una storia effervescente, ma anche una denuncia dei malfunzionamenti del sistema assistenziale, in particolare del suo maschilismo.

Per queste donne avere un uomo, o semplicemente conoscere l’identità del padre dei loro figli, significa rischiare di perdere il sussidio statale, mentre una compagna lesbica è considerata solo una coinquilina. I soldi non bastano mai e molte giovani madri della casa popolare sono costrette a ricorrere a contrabbando, piccoli lavoretti e piccoli ricatti.

Sono passati più di vent’anni da La mia estate fortunata e molte cose sono cambiate in meglio, eppure esistono ancora differenze di condizione tra uomo e donna; differenze economiche e sociali, e ciò è vero soprattutto per le molte madri single.

Half-a-Life

Avevo fatto dell’Half-a-Life e delle donne che ci abitavano un tempio da venerare.

L’Half-a-Life è più di una casa. Per queste donne in difficoltà è un universo. Protagoniste del romanzo sono Lucy e Lish, ma anche tutte le altre donne dell’Half-a-Life: Sarah, Teresa, Terrapin, Angela… Tutte delle sopravvissute. Gli uomini sono i grandi assenti di questa storia.
Anche se tutte chiamano la casa popolare Half-a-Life, ovvero “mezza vita” il suo vero nome è un Have-a-Life “come Have a chocolate, o Have a Brezel, ma nessuno la chiamava così”.

Avevano valutato Seek-a-Life (cerca una vita), poi Take-a-Life (prendere/togliere una vita) e Get-a-Life (fatti una vita!), anche Dial-a-Life (un nome diffuso tra le case popolari a Winnipeg). Vinse Have-a-Life, ma nessuna la chiamava davvero così, si andava avanti a storpiature tipo Have-a-Light (hai da accendere?), Have-a-Laugh (fatti una risata!), Half-a-Loaf (mezza pagnotta) e così via.

Una colonna sonora anni '60

La musica ha un ruolo importante in tutti i libri della Toews, e il suo esordio non fa eccezione.

La mia estate fortunata ha una colonna sonora eccezionale, fatta di canzoni popolari, romantiche, nostalgiche che hanno lasciato un’impronta nell’immaginario collettivo grazie a interpreti come Cher, Frank Sinatra ed Elvis Presley, o a grandi classici del cinema e del musical americani degli anni ’50 e ’60 come South Pacific, Alfie e Colazione da Tiffany.

Queste canzoni accompagnano Lucy da tutta la vita: era sua madre a cantargliele, e ora lei le insegna a Lish.

Open letters

Guardo fuori dalla finestra ed è a quel punto che mi viene la mia idea brillante. Mi sento come se fossi Pierre Elliott Trudeau e fossi appena uscita a fare una passeggiata nella neve. Alzo gli occhi, con fiocchi bagnati grandi come fette di torta che mi si spatasciano in faccia, ed eccola lì, la risposta: ABBANDONA LA POLITICA. O meglio, probabilmente: QUITEZ LES POLITIC. Devo chiedere a Teresa. Comunque, nel mio caso, non era ABBANDONA LA POLITICA o quel che è, era SCRIVI LETTERE. E non stavo camminando nella neve, stavo fissando la pioggia dalla finestra – ma tant’è. Mi è balenato.
E le avrei firmate “Con amore, Gotcha”.

A un certo punto del libro Lucy ha un’illuminazione: forse il modo per uscire a testa alta dal guazzabuglio della sua vita sarebbe scrivere delle lettere. Non tutti sanno che nella vita reale Miriam Toews ha scritto, inizialmente in modo anonimo, firmandosi “X”, delle lettere aperte per il padre di suo figlio, di cui non conosceva l’indirizzo.

Pubblicate inizialmente online sulla rivista Open Letters, le parole di Miriam Toews possono adesso essere ascoltate grazie alla voce di Alexa Junge e a un podcast: Tell it To The Void.

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Tradotto da Daniele Benati e Paola Lasagni
Pubblicato in Canada nel 1998, in Italia nel 2013

Millecinquecento, non uno di più, non uno di meno: è il numero di abitanti che deve mantenere Algren per essere la città più piccola del Canada e aggiudicarsi la visita del primo ministro.
Hosea Funk, il sindaco di Algren, ha una ragione in più per desiderarlo: sua madre gli ha confidato che il primo ministro è suo padre, l’uomo misterioso che tanti anni prima la rapì dal ballo per far l’amore in un campo di colza e poi sparire nella notte.
Il numero degli abitanti non deve cambiare. Per Hosea è un’ossessione. Ma per quanto si sforzi di tenere fermo il mondo, mille accidenti cospirano a mettere la gente in movimento. Ci manca solo il miracoloso parto trigemellare a far saltare i conti.
E una partita molto seria si gioca proprio sul suo cuore, perché Lorna, la splendida donna che lui ama, vorrebbe trasferirsi da Winnipeg ad Algren per stargli accanto…

Un-tipo-a-posto_web
Padri

Il secondo romanzo di Miriam Toews è anche il più gioiso e si aggiudica il McNally Robinson Book of the Year Award. Si intrecciano però anche in questo libro due temi profondamente cari alla Toews: la ricerca del proprio posto nel mondo e la paternità.

Probabilmente anche a causa delle sue esperienze personali, come la malattia del padre e l’assenza nella sua vita del padre di suo figlio, la scrittrice, nei suoi romanzi, non manca mai di dedicarsi ai padri: assenti, presenti, affettuosi, fannulloni, irraggiungibili o incerti. Così, leggendo il comico susseguirsi di pensieri nella mente del sindaco di Algren o pensando a Max che torna in città per recuperare il rapporto con Knute e sua figlia Summer Feelin’, è facile pensare al padre di Un complicato atto d’amore, a Swing Low e al mangiafuoco di La mia estate fortunata.

I luoghi di Miriam Toews

L’argine doveva servire a proteggere la città dalle violente esondazioni del Rat River. Il Rat River, pensò Hosea. I miei antenati sbarcarono ad Halifax, saltarono su un treno diretto a ovest, poi seguirono lentamente il Rat River e si stabilirono ad Algren, nel Manitoba. Mia madre è morta, mio padre è il primo ministro del paese, credo, e io sono il sindaco della città più piccola del Canada e lo spasimante respinto dell’audace e bellissima Lorna Garden.

Nei romanzi della scrittrice canadese, la regione di Manitoba è una presenza ricorrente, con le sue piccole cittadine e i suoi paesaggi incontaminati. Un territorio in cui Miriam è nata e cresciuta.

In Un tipo a posto la cittadina immaginaria di Algren è circondata da un argine che serve a proteggerla dalle esondazioni del Rat River, un affluente del Red River.
Nella realtà, nel punto in cui questi due fiumi si incontrano, nel 1874, approdò il primo gruppo di Mennoniti e tuttora vi sorge un memoriale, il Mennonite Memorial Landing Site.

Per saperne di più ecco il link al sito della Manitoba Historical Society

La più piccola del Canada

Algren era la città più piccola del Canada. Proprio così. La città più piccola del Canada. Era scritto a chiare lettere su un vecchio cartello appena fuori del confine urbano e quando Knute aveva controllato presso uno di quegli uffici che si trovano sulle pagine azzurre, le era stato detto che millecinquecento è il numero minimo di abitanti che deve avere una città. E tanti ne aveva Algren. Ne avesse avuto uno in meno sarebbe stata un paese e anche solo uno in più sarebbe stata una città più grande. Al pari di ogni altra piccola città, del resto. Essere la più piccola costituiva il suo diritto alla celebrità.

La Algren del romanzo è il frutto della fantasia di Miriam Toews, ma in Canada esiste davvero una città che detiene il primato di “città più piccola”, si trova in Labrador e la sua popolazione è composta da solo quattro abitanti. Si chiama Tilt Cove.
Fondata nel 1813, è stata il sito della prima grande miniera del Newfoundland.
Una dei suoi residenti ha istituito in casa propria il Tilt Cove’s history museum per mantenere viva la memoria della sua cittadina.

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swing-low_web
Tradotto da Maurizia Balmelli
Pubblicato in Canada nel 2000, in Italia nel 2021

Quando Mel, a diciassette anni, si convince di essere un uovo, gli psichiatri non scommetterebbero un centesimo sul suo futuro.
Eppure riesce a sposare Elvira, vulcano di vitalità e progetti, a crescere due figlie con personalità spiccate e a diventare un magnifico maestro adorato da tutti.
Mel sente forte il richiamo della vita e della scoperta, ma la depressione lo insidia con la sua rete vischiosa di silenzio; alla fine riesce a catturarlo e a fargli credere di aver sbagliato tutto.
La figlia, Miriam, narrando la sua storia come avrebbe potuto raccontarla lui, con la comicità stralunata di un uomo dolcissimo e smarrito, ci dimostra che non è così.
Scritto due anni dopo la morte del padre, questo straordinario libro ci accompagna nella vita di Mel e nella “casa rosa antico” in cui è cresciuta Miriam.

Volete conoscere la famiglia Toews? Eccoli qui uno per uno.

Swing Low, sweet chariot

Swing Low, Sweet Chariot, coming for to carry me home

Canta la prima strofa del celebre canto di rivolta che ha ispirato il titolo del libro di Miriam Toews: saliamo sul vagone della vita, che rallenta per accoglierci, e lasciamoci trasportare in un luogo che possiamo chiamare casa.
Un canto composto da un nativo americano nel 1860, e poi rielaborato fino a diventare una delle canzoni più famose negli Stati Uniti. Invoca la fuga dalla schiavitù, il ritorno a casa e alla libertà.
Ne esistono mille interpretazioni, celebre quella di Joan Baez a Woodstock. Dal 1988 è l’inno ufficiale della nazionale inglese di rugby.

 

La ascoltate qui nelle versioni di

Mel

La signora Unger mi disse che mi aveva spesso visto correre, mi stavo allenando per le Olimpiadi? Poi aggiunse che se mai avessi avuto bisogno di una meta, la sua porta era sempre aperta.

Mel col tempo smette di correre, inizia a camminare, a fare ricerche e a dedicarsi all’insegnamento. Diventa un professore modello, rigoroso e metodico, apprezzato e amato da tutti.

Quell’estate trascorsi centinaia di ore a preparare la mia aula per l’autunno, che ravvivai ridipingendola di un colore allegro e con piante, cuscini, tende, poster e materiali (…) pianificai compiti, progetti di gruppo, gite didattiche, disposizione dei banchi e guide allo studio. Ogni sera e fino a notte inoltrata leggevo e rileggevo le biografie dei grandi, sperando di imparare qualcosa su come vivere appieno la propria vita e lasciare un segno (anziché essere un tirassegno) su questa terra. Riempii scatoloni e poi schedari di appunti per me stesso sul vivere e l’insegnare, e in un attimo i confini tra l’uno e l’altro si confusero. Vivere era insegnare. Insegnare era la mia vita.

Anche se gli psichiatri non avrebbero scommesso niente sul suo futuro, Mel si sposa con la donna della sua vita, Elvira, costruisce con le proprie mani la casa dove crescono le sue due figlie fantastiche, Marj e Miriam, a cui non fa mancare mai nulla, se non la sua voce nei lunghi periodi di silenzio. E quando l’ombra della depressione si allontana un attimo da lui, riemerge l’uomo divertente, pieno di immaginazioni e speranze che è Melvine Toews.

È talmente ridicolo da essere imbarazzante, ma ho la sensazione che il sole sia mio amico!
Ve li ricordate quei libri che leggevamo da piccolissimi? In cui i giovani protagonisti godevano di relazioni immaginarie con pianeti e stelle al punto da salutarli chiamandoli per nome e, nella loro testa, portarseli a casa e raccontargli i loro più intimi segreti, speranze e sogni?
Io mi sento così!

Un uomo ironico anche nei momenti più bui.

È entrata l’infermiera… Questo non è un albergo, Mel, ha detto gentilmente. Dobbiamo pulirle la stanza.
…Preparerò un cartello da mettere sulla maniglia della porta con scritto: “Entrate pure, il paziente è già disturbato”.

Elvira

© Priscilla Du Preez da Unsplash

Elvira e Mel si conoscono all’asilo. Lei è vulcanica, energica, ama ridere e chiacchierare. Mel esattamente il contrario.

...c’è una fotografia della nostra classe dell’asilo. Elvira ha un vestito corto marrone, calze spesse, grosse scarpe di cuoio e, sfortunatamente, due insopportabili trecce (detesto le trecce); siede sull’erba in prima fila con le gambe divaricate, gomiti in fuori come i manici di una tazza, collo allungato in avanti e faccia protesa verso l’obiettivo. Occupa decisamente troppo spazio (nella foto la sua testa è grande due volte quella di tutti gli altri), e le bambine al suo fianco, schiacciate come sardine, cercano di difendere il loro per lo scatto. Elvira ha quell’espressione come a dire, Ho appena fatto qualcosa di tremendo e sono felice come una pasqua.

Il loro rapporto si consolida durante l’adolescenza, quando decidono di fidanzarsi e una volta terminati gli studi di sposarsi.

Temevo che le risate di Elvira svegliassero i vicini. Saltai giù dal letto e chiusi la finestra e la pregai di smetterla. Ma lei anzi, insisteva perché ridessi anch’io, tanto che alla fine emisi un paio di risatine e ce ne andammo a letto felici. Eravamo giovani, ventunenni, imparavamo a vivere insieme ed eravamo pieni di meraviglia.

Quando Mel si dedica anima e corpo all’insegnamento, Elvira si occupa della famiglia: casa, figlie, viaggi, passaporti, vaccinazioni; fa persino il monogenitore, tutte le volte che Mel piomba nella depressione.
Ma il suo spirito libero non si arrende e la spinge a cercare qualcosa di più.

…dopo i quaranta, Elvira intraprese una dieta a base di pompelmi e pane tostato e iniziò a fare esercizio fisico. Ma non è l’unica cosa che fece dopo i quaranta. Una mattina si alzò dal letto e andò in bagno. Si guardò allo specchio e disse, Che cosa sceglierò? La libertà o la follia?

Sono gli anni in cui decide di riprendere gli studi e imparare a suonare il flauto nella banda cittadina, sfidando le regole della comunità che le vietava in quanto donna di esibirsi in pubblico o anche solo dire la sua alla congregazione.

In viaggio verso la città, Elvira canticchiava e fischiettava e mi stringeva forte il polso mentre guidavo, ripetendomi all’infinito quanto fosse felice di traslocare in città.

Miriam

© Annelaure Artaud da Unsplash

Ricordo la mia casa rosa antico… Miriam che ride su un albero fuori dalla finestra di camera mia, che salta sul tetto della casa arrampicandosi qua e là come uno scoiattolo, e poi… la sua faccia, capovolta, Ciao, ha nove anni e mi sbircia dall’altra parte della zanzariera, è estate, fa caldo e i suoi capelli biondi le penzolano intorno alla faccia ridente, è capovolta sul tetto e guarda in camera mia e io sono a letto, e mi preoccupo che caschi dal tetto, ma non glielo dico, ricambio il sorriso. Ehi ciao, come sta la mia biondona? dico. Passavo di qua, risponde lei.

Miriam è esuberante, chiacchierina, uno spirito libero. Non ama rispettare le regole, si capisce fin da piccola.

Un giorno, però, intuii che aveva oltrepassato il limite della cattiva condotta. Da quanto potei appurare attraverso i muri di ardesia, aveva piazzato una puntina sulla sedia di un compagno, un ragazzino con cui si era già azzuffata varie volte.

Con la sua vitalità e il suo coraggio, Miriam riesce a trascinare Mel in un’avventura che non si sarebbe mai sognato.

Quel giorno a Disney World io e lei ci divertimmo un sacco. Quando accennai al fatto che, viste le avvertenze sanitarie e i cartelli che invitavano a togliersi cappelli sciarpe occhiali parrucche dentiere pacemaker e placche d’acciaio, l’idea di andare sulle montagne russe mi metteva in apprensione, lei sfoderò il suo sorriso da sedile posteriore del Land Rover e mi disse che sarebbe andato tutto bene, potevo tenerle la mano. Alla fine della corsa la feci ridere fingendo di aver dormito come un sasso e chiedendole se non c’era qualcosa di più veloce da sperimentare.

Durante l’adolescenza, scopre i tabù che la comunità mennonita vieta a una ragazza ‘perbene’. Miriam è così, vuole essere se stessa a tutti i costi e ci riesce benissimo, con una grande forza d’animo e lontana da qualsiasi forma di ipocrisia.

…la prospettiva della libertà, della ribellione e dell’indipendenza la elettrizzò, e per me era sempre più difficile capire quale fosse il mio spazio nella sua vita o che ruolo dovessi ricoprire. L’unico consiglio che le avessi mai dato, a parte Tieni duro, baby, era, Sii te stessa, e adesso che stava cercando di esserlo ero disorientato.

Subito dopo il diploma Miriam lascia le sue cose, la sua famiglia e tutto il mondo che conosce per crescere, vivere le sue esperienze e diventare la donna e l’artista che è oggi.

Marjorie

Un giorno, poco dopo la sua nascita, mi sedetti a fissare la piccola Marjorie, i suoi incantevoli occhi verdi e capelli neri, i ditini perfetti e la splendida pelle bianca, e mi dissi che sarei sempre stato forte per lei, che ero suo padre, e che l’avrei protetta dalla sofferenza come meglio avrei potuto. Mi dissi che l’avrei tenuta al riparo dalla tristezza del mio passato evitando di parlarne nel modo più assoluto. Pensavo di fare la cosa giusta. Allora non sapevo di avere appena preso un’altra cattiva decisione.

Marjorie è una bambina molto intelligente, decisa e ben educata.
A sette anni inizia a suonare il pianoforte e non lo abbandona più.
Si appassiona agli studi, vince borse di studio e diventa un’eccellente pianista.

Marjorie era un’allieva diligente, sveglia, benvoluta. In realtà, era tra gli allievi più intelligenti che avessi mai avuto, ma prima di dirle una cosa del genere aspettai che fosse sulla soglia dei quaranta. Cercavamo di starci il più possibile alla larga. A volte la sua presenza mi faceva trasalire. Alzavo gli occhi dalla cattedra e la vedevo fissarmi con quei suoi grandi occhi verdi ereditati dal sottoscritto e mi chiedevo a cosa stesse pensando.

© Lorenzo Spoleti da Unsplash

Quando la famiglia si trasferisce a Winnipeg per permettere a Mel di specializzarsi in pedagogia, Marjorie fa un brutto incontro e Mel non se lo perdona.

Mentre Elvira rimase a consolare Marjorie fino a notte fonda, sdraiata accanto a lei nel suo lettino, accarezzandole la fronte e bisbigliandole parole d’amore e compassione, e infine addormentandosi con Marjorie tra le braccia, io me ne stavo steso nel mio letto prendendomela con me stesso e chiedendomi dove fosse finito l’uomo che aveva promesso a sua figlia neonata che non le sarebbe mai successo niente di male.

Sindrome maniaco-depressiva o disturbo bipolare

Immagine da https://pixy.org/60451/ CC0 Public Domain © Melvin Grounds

Se siete curiosi e volete saperne di più, potete leggere questo interessante articolo di Alessandra Sessa pubblicato su “Vanity Fair”

Mel soffre di un primo episodio maniaco-depressivo a diciassette anni quando, convinto di essere un uovo, viene ricoverato in ospedale per alcuni giorni. Da quando torna a casa, insieme alla prescrizione di una montagna di farmaci, cerca di vivere una vita normale, aderendo scrupolosamente all’idea di perfezione che ha di sé e del suo lavoro da insegnante.

La psicosi maniaco-depressiva, o disturbo bipolare, viene diagnosticata per la prima volta nel 1952 dall’American Psychiatric Association ed è un disturbo in cui le fasi maniacali, caratterizzate da grande progettualità, parlantina e iperattività, si alternano a quelle depressive, in cui il paziente avverte senso di vuoto e colpa, mancanza di energia e grande tristezza.

Ne hanno sofferto moltissimi artisti, come Johann Wolfgang von Goethe, Richard Wagner, Virginia Woolf, Ernest Hemingway, Sylvia Plath, Antonio Ligabue e tanti altri.

Da uno studio effettuato nel 2017, l’organizzazione mondiale della sanità riporta che le persone colpite da questa malattia nel mondo sono circa 45 milioni.

La signora Unger mi disse che mi aveva spesso visto correre, mi stavo allenando per le Olimpiadi? Poi aggiunse che se mai avessi avuto bisogno di una meta, la sua porta era sempre aperta.

Mel col tempo smette di correre, inizia a camminare, a fare ricerche e a dedicarsi all’insegnamento. Diventa un professore modello, rigoroso e metodico, apprezzato e amato da tutti.

Quell’estate trascorsi centinaia di ore a preparare la mia aula per l’autunno, che ravvivai ridipingendola di un colore allegro e con piante, cuscini, tende, poster e materiali (…) pianificai compiti, progetti di gruppo, gite didattiche, disposizione dei banchi e guide allo studio. Ogni sera e fino a notte inoltrata leggevo e rileggevo le biografie dei grandi, sperando di imparare qualcosa su come vivere appieno la propria vita e lasciare un segno (anziché essere un tirassegno) su questa terra. Riempii scatoloni e poi schedari di appunti per me stesso sul vivere e l’insegnare, e in un attimo i confini tra l’uno e l’altro si confusero. Vivere era insegnare. Insegnare era la mia vita.

Anche se gli psichiatri non avrebbero scommesso niente sul suo futuro, Mel si sposa con la donna della sua vita, Elvira, costruisce con le proprie mani la casa dove crescono le sue due figlie fantastiche, Marj e Miriam, a cui non fa mancare mai nulla, se non la sua voce nei lunghi periodi di silenzio. E quando l’ombra della depressione si allontana un attimo da lui, riemerge l’uomo divertente, pieno di immaginazioni e speranze che è Melvine Toews.

È talmente ridicolo da essere imbarazzante, ma ho la sensazione che il sole sia mio amico!
Ve li ricordate quei libri che leggevamo da piccolissimi? In cui i giovani protagonisti godevano di relazioni immaginarie con pianeti e stelle al punto da salutarli chiamandoli per nome e, nella loro testa, portarseli a casa e raccontargli i loro più intimi segreti, speranze e sogni?
Io mi sento così!

Un uomo ironico anche nei momenti più bui.

È entrata l’infermiera… Questo non è un albergo, Mel, ha detto gentilmente. Dobbiamo pulirle la stanza.
…Preparerò un cartello da mettere sulla maniglia della porta con scritto: “Entrate pure, il paziente è già disturbato”.

© Annelaure Artaud da Unsplash

Ricordo la mia casa rosa antico… Miriam che ride su un albero fuori dalla finestra di camera mia, che salta sul tetto della casa arrampicandosi qua e là come uno scoiattolo, e poi… la sua faccia, capovolta, Ciao, ha nove anni e mi sbircia dall’altra parte della zanzariera, è estate, fa caldo e i suoi capelli biondi le penzolano intorno alla faccia ridente, è capovolta sul tetto e guarda in camera mia e io sono a letto, e mi preoccupo che caschi dal tetto, ma non glielo dico, ricambio il sorriso. Ehi ciao, come sta la mia biondona? dico. Passavo di qua, risponde lei.

Miriam è esuberante, chiacchierina, uno spirito libero. Non ama rispettare le regole, si capisce fin da piccola.

Un giorno, però, intuii che aveva oltrepassato il limite della cattiva condotta. Da quanto potei appurare attraverso i muri di ardesia, aveva piazzato una puntina sulla sedia di un compagno, un ragazzino con cui si era già azzuffata varie volte.

Con la sua vitalità e il suo coraggio, Miriam riesce a trascinare Mel in un’avventura che non si sarebbe mai sognato.

Quel giorno a Disney World io e lei ci divertimmo un sacco. Quando accennai al fatto che, viste le avvertenze sanitarie e i cartelli che invitavano a togliersi cappelli sciarpe occhiali parrucche dentiere pacemaker e placche d’acciaio, l’idea di andare sulle montagne russe mi metteva in apprensione, lei sfoderò il suo sorriso da sedile posteriore del Land Rover e mi disse che sarebbe andato tutto bene, potevo tenerle la mano. Alla fine della corsa la feci ridere fingendo di aver dormito come un sasso e chiedendole se non c’era qualcosa di più veloce da sperimentare.

Durante l’adolescenza, scopre i tabù che la comunità mennonita vieta a una ragazza ‘perbene’. Miriam è così, vuole essere se stessa a tutti i costi e ci riesce benissimo, con una grande forza d’animo e lontana da qualsiasi forma di ipocrisia.

…la prospettiva della libertà, della ribellione e dell’indipendenza la elettrizzò, e per me era sempre più difficile capire quale fosse il mio spazio nella sua vita o che ruolo dovessi ricoprire. L’unico consiglio che le avessi mai dato, a parte Tieni duro, baby, era, Sii te stessa, e adesso che stava cercando di esserlo ero disorientato.

Subito dopo il diploma Miriam lascia le sue cose, la sua famiglia e tutto il mondo che conosce per crescere, vivere le sue esperienze e diventare la donna e l’artista che è oggi.

Un giorno, poco dopo la sua nascita, mi sedetti a fissare la piccola Marjorie, i suoi incantevoli occhi verdi e capelli neri, i ditini perfetti e la splendida pelle bianca, e mi dissi che sarei sempre stato forte per lei, che ero suo padre, e che l’avrei protetta dalla sofferenza come meglio avrei potuto. Mi dissi che l’avrei tenuta al riparo dalla tristezza del mio passato evitando di parlarne nel modo più assoluto. Pensavo di fare la cosa giusta. Allora non sapevo di avere appena preso un’altra cattiva decisione.

Marjorie è una bambina molto intelligente, decisa e ben educata.
A sette anni inizia a suonare il pianoforte e non lo abbandona più.
Si appassiona agli studi, vince borse di studio e diventa un’eccellente pianista.

Marjorie era un’allieva diligente, sveglia, benvoluta. In realtà, era tra gli allievi più intelligenti che avessi mai avuto, ma prima di dirle una cosa del genere aspettai che fosse sulla soglia dei quaranta. Cercavamo di starci il più possibile alla larga. A volte la sua presenza mi faceva trasalire. Alzavo gli occhi dalla cattedra e la vedevo fissarmi con quei suoi grandi occhi verdi ereditati dal sottoscritto e mi chiedevo a cosa stesse pensando.

© Lorenzo Spoleti da Unsplash

Quando la famiglia si trasferisce a Winnipeg per permettere a Mel di specializzarsi in pedagogia, Marjorie fa un brutto incontro e Mel non se lo perdona.

Mentre Elvira rimase a consolare Marjorie fino a notte fonda, sdraiata accanto a lei nel suo lettino, accarezzandole la fronte e bisbigliandole parole d’amore e compassione, e infine addormentandosi con Marjorie tra le braccia, io me ne stavo steso nel mio letto prendendomela con me stesso e chiedendomi dove fosse finito l’uomo che aveva promesso a sua figlia neonata che non le sarebbe mai successo niente di male.

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Un-complicato-atto-damore_web
Tradotto da Monica Pareschi
Pubblicato in Canada nel 2004, nel 2017 nel catalogo Marcos y Marcos

Nomi ha sedici anni nel posto sbagliato, un villaggio mennonita ai margini del mondo, e non può né fuggire né restare.
Sua sorella ribelle e piena di musica, se ne va un mattino. Sua madre allegra e sognante scompare due mesi dopo.
Nomi si dibatte come un animaletto in trappola. Fuma, fantastica, piange, sorride; prepara cene in ordine alfabetico. Si rade i capelli a zero, toglie la maglietta a Travis per baciarlo lentamente, giù alle cave, e fare l’amore in riva al fiume ascoltando Lou Reed e James Taylor.
Non può abbandonare anche lei suo padre, fedele mennonita dolcissimo e triste, che passa le serate a fissare la strada, adora la Bibbia, gli isotopi e Yeats.
Solo un complicato atto d’amore potrà donarle la libertà.

Sei curioso di conoscere l’incipit di questo romanzo? Ascoltalo in questa MarcosClip.

Un altro breve assaggio per conoscere Tash e Nomi, sempre con MarcosClip.

Un complicato atto d’amore vs Swing Low

Solo dopo la morte del padre, senza più il timore di ferirlo, Miriam si sente libera di raccontare questa storia ispirata agli anni della sua adolescenza, svelando al mondo come si vive in una comunità mennonita.

Noi siamo mennoniti. Per quel che ne so, è la sottosetta più sfigata a cui si possa appartenere a sedici anni.

Un complicato atto d’amore esce nel 2004, vince l’ambito Governor General’s Literary Award, diventa un bestseller in Canada, viene tradotto in quattordici lingue e diventa un libro di culto, proclamando Miriam Toews una delle autrici canadesi più interessanti.
Solo quattro anni prima Miriam scriveva Swing Low, il libro dedicato a suo padre Mel, dove racconta la storia della loro famiglia dal punto di vista di Mel, toltosi la vita nel 1998.
Leggendo in Italia Swing Low dopo Un complicato atto d’amore si riesce a vedere la verità dietro la sua letteratura. E ci sembra possibile pensare che Miriam Toews con Un complicato atto d’amore abbia scelto di immaginare cosa sarebbe successo se non fosse andata via di casa dopo il College.

Nomi vs Miriam

Avrò dato tante delusioni a Menno Simons, ma vorrei fargli sapere che dalla materia prima che ci ha fornito io ho ricavato una nuova fede: credo ancora fermamente che un giorno ci ritroveremo tutti e quattro insieme a New York. Forse abiteremo con Lou Reed. Dormiremo fino a mezzogiorno, andremo a giocare a frisbee a Central Park, poi andremo a sentirlo nei locali dove suona. Saremo i suoi manager. La gente dirà ehi, ma quello non è Lou Reed con i suoi manager mennoniti?

In Nomi, Miriam ha messo molto di se stessa da adolescente.
La sua indole esuberante, ribelle, l’amore per la musica e la libertà, la sua voglia di viaggiare per il mondo, anche se nel romanzo è l’unica della famiglia che resta per amore del padre.

Una volta incontrata Nomi, con le sue battute e i suoi colpi di testa, è difficile lasciarla andare via, viene quasi da seguirla in bicicletta fino al confine e guardare l’America.

Ascolta un brano dell’AudioMarcos Un complicato atto d’amore, letto da Linda Caridi.
Se vuoi saperne di più sull’audioMarcos, clicca qui.

La musica di Un complicato atto d’amore

Per Nomi la musica è libertà, è ispirazione, sceglie perfino il ragazzo in base ai suoi gusti musicali:

Ho incontrato Travis cinque mesi fa a una festa di Capodanno a Suicide Hill. A te piace il reggae? Mi ha chiesto. Be’, abbastanza, ho detto. Dipende. Ha detto che piaceva anche a lui. E poi ci siamo messi a parlare di musica perché era un po’ il test delle potenzialità. Per una mennonita cresciuta fuori dal mondo evita di fare lingua in bocca con uno che ha un disco degli Air Supply. E poi per qualche motivo Travis ha nominato Lou Reed, ma non col tono del coglione leccaculo e allora ho capito che volevo essere la sua ragazza, perciò ho smesso di parlare per un po’ e ho fatto finta di stare sulle mie tenendo le labbra in un certo modo.

Se avete voglia di immergervi nel mondo di Nomi, vi consigliamo l’ascolto della puntata di La musica tra le righe realizzata da Max Prestia (Radio Tre Rai) dedicata al romanzo di Miriam Toews.

Oppure potete ascoltare la playlist che abbiamo creato per voi

I mennoniti

Un complicato atto d’amore è il primo, ma non ultimo, romanzo di Miriam Toews, in cui, raccontando le vicende sgarrupate della sua giovinezza, prende le distanze dalla vita mennonita. Cresciuta in una comunità conservatrice del Canada, Miriam ha raccontato diverse volte come la sua famiglia fosse liberale rispetto alle altre del paese, basti pensare che lei e sua sorella Marjorie furono le prime ad andare via di casa, senza sposarsi.

Ma seppur non abbia respirato l’aria delle comunità più chiuse e radicali, la vita nel paese si fondava su una cultura del controllo fatta di regole, punizioni, senso di colpa e vergona. Le donne avevano un ruolo preciso e definito fin dalla nascita.
Erano vietati i balli, l’alcol e la musica, i rapporti fuori dal matrimonio, come Nomi dice, insomma tutto il bello della vita
Trovate approfondimenti sulla storia e i costumi dei mennoniti nei contenuti di Mi chiamo Irma Voth.

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Tradotto da Claudia Tarolo
Pubblicato in Canada nel 2008, in Italia nel 2009

Sono in tre, partono dal Canada, sfrecciano verso il confine messicano.
Al volante Hattie, giovanissima zia, tornata al volo da Parigi perché la sorella Min, tanto per cambiare, picchia in testa e lascia i figli da soli.
Di fianco a lei Logan, quindici anni, succhiotti sul collo, pantaloni troppo larghi, parole poche ma precise, incise sul cruscotto con la punta del coltello, e in cuffia Crucifucks, OutKast, Public Enemy.
Sul sedile dietro Thebes, undici anni, un fiume di parole, costruisce aquiloni e ha un amico immaginario di nome Mojo, suonatore di basso.
Il suo saluto è “Bonjourno!”, la sua sensibilità profetica, il suo umorismo irresistibile.
Puntano al margine della California, al luogo sperduto nel deserto dove il padre si è rifugiato da anni.

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Dal Canada al sud della California tappa dopo tappa

Dopo che Min viene ricoverata in un ospedale psichiatrico, Hattie, sua sorella, torna da Parigi per occuparsi dei nipoti Thebes e Logan e insieme decidono di andare alla ricerca del padre.

Partono con un furgone sgangherato da Manitoba, in Canada, per il South Dakota dove scoprono che Cherkis, il padre dei ragazzi, si è trasferito da tempo nel sud della California: meta del loro viaggio.

Scoprite nella mappa le tappe del fantastico trio!

I fratelli Troutmans

All’aeroporto Thebes mi corre incontro vestita di spugna azzurra da capo a piedi – minishorts, canotta tagliuzzata – e appiccicosa di caramelle – ne portava una collana, ora è rimasto solo l’elastico. Ha tatuaggi disegnati su tutte le braccia e i capelli viola acceso, arruffati e ribelli, e mi si spalma addosso non appena la abbraccio e tento di sollevarla da terra.

Thebes è la figlia più piccola di Min: undici anni, capelli viola, testa tra le nuvole, un amico immaginario di nome Mojo. Esuberante, chiacchierina, simpaticissima.
Dietro tutta la sua allegria emerge però anche grande preoccupazione per la situazione in cui si trova la madre e in generale la loro famiglia.

Thebes, dico, ti senti bene? Perché non dici niente?
Mah, risponde lei. Credo di essere un po’ depressa.
Io e Logan ci voltiamo di scatto a guardarla e il furgone sbanda verso la linea tratteggiata. Nessuno può usare quella parola impunemente con noi, senza che un’équipe di esperti in eventi traumatici, una squadra di pronto intervento, caschi blu e protezione civile spuntino improvvisamente dal nulla.
Scherzavo, dice Thebes.

© Emma Simpson su Unsplash

Quella sera Logan torna a casa ubriaco. Lo sento cadere in cucina. […] Lo sorreggiamo sulle scale e lo spingiamo sul letto. Cade a faccia in giù, e io gli infilo il bordo di un cuscino sotto la testa per far passare l’aria. Thebes gli toglie le scarpe e da una cade un preservativo.
Et voilà, dice.
Ha una fidanzata?, le domando.
Deborah Solomon, risponde.
Logan mugugna. Io l’amo!, dice.
È una giornalista del «New York Times», dice Thebes.

Logan ha quindici anni, cuffie alle orecchie, perennemente nascosto sotto il cappuccio della sua felpa, come molti adolescenti vuole apparire menefreghista e interessato solo alle sue cose: campetti da basket, ragazze e musica, mentre si preoccupa più di tutti per la sua famiglia ed è iperprotettivo nei confronti di Thebes, tanto che quando incontrano il padre Cherkis e lui gli propone di passare l’estate insieme, Logan sceglie di stare con la sorella.

Per conoscerlo meglio ascoltiamo la musica di Logan.

Una fuga nel cinema ad alta tensione

Hattie, Logan e Thebes sono un trio allegro e pieno di vita. Ascoltano musica punk, leggono libri e compongono canzoni. Anche il cinema sembra avere un ruolo importante nelle loro giornate, al punto che spesso ricordano iconici personaggi o riproducono alcune celebri scene… e sì, hanno un debole per il cinema horror!

Psyco

“Thebes si sveglia e mi chiede che cosa succede. Aiutami a trovare un motel, rispondo.
Mi dai un dollaro?, domanda.
Sì.
Che tipo di motel?
Come in Psyco – l’hai visto?
Certo, risponde.
Ah sì? Veramente? Non sei un po’ troppo piccola?
Tutti conoscono Psyco, risponde.
Sì, ma è un vecchio film, dico.
Logan ha la versione originale, dice Thebes. Canticchia la musica della scena sotto la doccia. Mi racconta che una volta finse di essere Norman Bates con Min e andò a finir male. Lei era nella doccia e decisi di assalirla, dice. Non fu una buona idea”.

Pare che anche Logan non abbia resistito al fascino di una delle scene più celebri del capolavoro hitchcockiano. Dopo aver visto la scena originale del film potrete solo immaginare lo spavento di Min!

Di cicatrici in Fight Club se ne parla parecchio, forse Logan e Thebes hanno in mente questa scena?

Fight club

“Nel furgone fa un caldo terrificante e Logan si toglie cappuccio e maglietta, scavalca lo schienale, tuffa la testa nella borsa frigorifera e la scuote. Spruzza acqua dappertutto e Thebes strilla. Poi nota una cicatrice sulla sua schiena.
E questa dove te la sei fatta?, gli domanda. Gli sfiora la pelle con un dito. Lui fissa fuori dal finestrino.
Ehi, fai parte di un Fight Club?, dice.
Come nel film?, dice lui.
Sì, per esempio, dice lei.
Come nel film Fight Club?, dice lui.
Sì, o anche una variazione sul tema, risponde lei.
Una variazione sul tema del film Fight Club?, dice lui.
Sì! Magari una versione locale, dice lei. Hai presente? Con Brad Pitt? Ne fai parte?”

Taxi driver

“A Logan non interessava quello che facevano. Min mi raccontò che passava tutto il tempo davanti allo specchio incrinato della loro camera d’albergo a perfezionare la sua imitazione di Robert De Niro o si impegnava a far cacciare la famiglia dal maggior numero possibile di casinò”.

Quanti di noi si sono trovati di fronte a uno specchio indossando i panni di Travis Bickle? Logan in una camera d’albergo, e voi?

Nightmare on Elm Street

“Logan si è dileguato dentro il cappuccio e i pantaloni enormi. Le cuffie sono appese al collo ma si sente vagamente la musica. Si scrocchia le dita diverse volte e guarda fuori dalla finestra. Poi sorride a Min, alza le spalle e sorride ancora. Sentiamo qualcuno gemere e un’infermiera dire adesso basta a voce alta, troppo alta. Come se fosse certissima che esistesse un limite, ma un limite a cosa?
Proprio come in Nightmare on Elm Street, eh, mamma?, dice Logan. Min chiude le palpebre e le riapre”.

Nightmare è sicuramente uno dei film horror più famosi degli anni ’80. Trovarsi di fronte a Freddy Krueger non è di certo una cosa auspicabile… Speriamo solo che i nostri protagonisti non si addormentino!

Rosemary’s Baby

“Con la sua macchina fotografica subacquea Thebes scatta una foto di Logan, Colt e me accanto al canyon con l’aria intontita e contrariata.
Leviamoci di qui, dico. Mi mette i brividi. Strillo a Thebes di stare lontana dal precipizio, aggredisco Logan quando finge di spingerla giù, non è affatto divertente, e supplico Colt di darmi una sigaretta. Come no!
Fulmino con gli occhi uno sciame di turisti che mi guardano come se avessero visto la protagonista di Rosemary’s Baby in carne e ossa e butto il mozzicone nel canyon quando ho finito di fumare”.

Può un’amorevole zia in visita al Grand Canyon trasformarsi agli occhi di alcuni turisti nella madre di una diabolica creatura?

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Tradotto da Daniele Benati
Pubblicato in Canada nel 2011, in Italia nel 2012

Le mie parole non sono solo parole. Sono immagini e lacrime e imperfette offerte d’amore e pallottole che mi sparo in testa.

Irma ha vent’anni, vive sola nel deserto del Messico.
Suo padre l’ha confinata fuori dal loro villaggio mennonita, per aver sposato uno “straniero” che ora se ne è pure andato. Ora è spaesata e confusa.
Poi un giorno si alzano nuvole di polvere, sfrecciano pick up sconosciuti: arriva una troupe del cinema e la realtà diventa un set.
Ciascuno ha un ruolo, anche Irma che viene incaricata di tradurre per l’attrice tedesca. Entra in quel mondo dove le lacrime vere sono finte e le lacrime finte sono vere e la sua ribellione tenuta silenziosa fino ad ora, prende il volo.
Irma trova il coraggio di fuggire, con al seguito la sorellina Aggie e X. Un terzetto strampalato, litigioso e buffo che mette in scena tragedie, farse, miracoli.

In questo romanzo, come in altri, Miriam Toews ci porta nel mondo mennonita, una visione parallela del mondo rispetto alla nostra, basata su molte regole che l’autrice, e le protagoniste dei suoi romanzi, hanno dovuto sperimentare sulla propria pelle. Miriam è cresciuta in una comunità conservatrice del Canada come Nomi (Un complicato atto d’amore), ma in questo romanzo mette in scena la vita di Irma in una comunità del Vecchio Ordine nel nord del Messico, dove la protagonista vive un’esperienza di oppressione più estrema rispetto a quella dell’autrice.

Scopriamo qualcosa di più sulla storia di questa comunità.

I mennoniti. La storia

La nascita del movimento mennonita risale al XVI secolo con l’avvento della Riforma protestante, e più specificamente in seguito alla rivolta di Münster guidata dagli anabattisti. Coloro che, pur credendo nei principi anabattisti, non condividevano gli eccessi degli atti commessi nella cittadina tedesca, si unirono al gruppo del riformatore olandese Menno Simons, il quale predicava la non violenza. A causa dei loro principi, tra cui l’assoluta contrarietà alla Chiesa di Stato, i mennoniti furono perseguitati per oltre due secoli sia dai cattolici che dai protestanti. Nel XVIII secolo molte comunità dovettero fuggire dai Paesi d’origine e stabilirsi in Olanda e, soprattutto, in Pennsylvania, lo Stato che ne ospita la più grande comunità al mondo. Oggi i mennoniti nel mondo sono più di un milione e mezzo: le comunità più grandi si trovano in Canada, Stati Uniti e in Africa; altre si trovano nell’America Centrale e in quella Meridionale. Anche in Italia esistono alcune comunità con sede a Palermo e a Bari e in tutto contano 500 mennoniti.

In questo romanzo, come in altri, Miriam Toews ci porta nel mondo mennonita, una visione parallela del mondo rispetto alla nostra, basata su molte regole che l’autrice, e le protagoniste dei suoi romanzi, hanno dovuto sperimentare sulla propria pelle. Miriam è cresciuta in una comunità conservatrice del Canada come Nomi (Un complicato atto d’amore), ma in questo romanzo mette in scena la vita di Irma in una comunità del Vecchio Ordine nel nord del Messico, dove la protagonista vive un’esperienza di oppressione più estrema rispetto a quella dell’autrice.

Scopriamo qualcosa di più sulla storia di questa comunità.

Menno Simons. Il padre fondatore

Menno Simons nasce nel 1496 in Olanda in una famiglia contadina. Studia presso il monastero di Bolsward e nel 1524 diventa sacerdote. Ben presto però entra in contatto con il movimento anabattista e con la sua dottrina, che prevedeva un ulteriore battesimo da compiersi in età adulta. Seppur scettico, compie una ricerca sui testi sacri, a seguito della quale comprende che nella Bibbia non si parla di bambini battezzati. Ciò lo convince a unirsi al movimento, di cui diverrà il membro più influente, tanto che i suoi seguaci inizieranno a essere chiamati mennoniti. Negli anni che lo separano dalla morte, Simons si dedica a ulteriori studi teologici e alla diffusione della propria dottrina, improntata al pacifismo e alla non violenza.

Miriam attrice, Miriam autrice

Era convinto che ogni cosa alla fine si sarebbe sistemata e di lì a sette mesi avremmo tutti quanti indossato bellissimi vêtements e bevuto champagne a un party su uno yacht, al festival del cinema di Cannes, dove grazie ai nostri sforzi avremmo fatto schiattare tutta la gente lì convenuta.

Proprio al Festival del Cinema di Cannes nel 2007 viene presentato il film Luz silenciosa dove il regista messicano Carlos Reygadas mette in scena il dramma di un uomo mennonita sposato, innamorato di un’altra donna.
Ambientato in una colonia mennonita nel deserto del Chihuahua e girato integralmente in plautdietsch, lingua basso tedesca parlata nelle comunità, è interpretato da attori non professionisti. Per Esther, la moglie tradita, Reygadas sceglie lei, Miriam Toews.

Luz silenciosa si aggiudica il Premio della giuria al 60° Festival del Cinema di Cannes, viene definito da Martin Scorsese “sorprendente” e Miriam Toews riceve una nomination come miglior attrice al Premio Ariel. Ma più volte, quando le viene chiesto se vuole continuare con il cinema, Miriam dichiara la sua fedeltà alla letteratura: “È stata una cosa anomala ed estemporanea. Il regista mi ha chiamata proprio perché non voleva un’attrice. Semplicemente ero una ragazza mennonita nei panni di un’attrice casuale. Un’esperienza interessante ma quello che voglio davvero fare è scrivere”.
Mi chiamo Irma Voth si ispira a questa esperienza cinematografica.

I mennoniti. La storia

In questo romanzo, come in altri, Miriam Toews ci porta nel mondo mennonita, una visione parallela del mondo rispetto alla nostra, basata su molte regole che l’autrice, e le protagoniste dei suoi romanzi, hanno dovuto sperimentare sulla propria pelle. Miriam è cresciuta in una comunità conservatrice del Canada come Nomi (Un complicato atto d’amore), ma in questo romanzo mette in scena la vita di Irma in una comunità del Vecchio Ordine nel nord del Messico, dove la protagonista vive un’esperienza di oppressione più estrema rispetto a quella dell’autrice.

Scopriamo qualcosa di più sulla storia di questa comunità.

I mennoniti. La storia

La nascita del movimento mennonita risale al XVI secolo con l’avvento della Riforma protestante, e più specificamente in seguito alla rivolta di Münster guidata dagli anabattisti. Coloro che, pur credendo nei principi anabattisti, non condividevano gli eccessi degli atti commessi nella cittadina tedesca, si unirono al gruppo del riformatore olandese Menno Simons, il quale predicava la non violenza. A causa dei loro principi, tra cui l’assoluta contrarietà alla Chiesa di Stato, i mennoniti furono perseguitati per oltre due secoli sia dai cattolici che dai protestanti. Nel XVIII secolo molte comunità dovettero fuggire dai Paesi d’origine e stabilirsi in Olanda e, soprattutto, in Pennsylvania, lo Stato che ne ospita la più grande comunità al mondo. Oggi i mennoniti nel mondo sono più di un milione e mezzo: le comunità più grandi si trovano in Canada, Stati Uniti e in Africa; altre si trovano nell’America Centrale e in quella Meridionale. Anche in Italia esistono alcune comunità con sede a Palermo e a Bari e in tutto contano 500 mennoniti.

Menno Simons. Il padre fondatore

In questo romanzo, come in altri, Miriam Toews ci porta nel mondo mennonita, una visione parallela del mondo rispetto alla nostra, basata su molte regole che l’autrice, e le protagoniste dei suoi romanzi, hanno dovuto sperimentare sulla propria pelle. Miriam è cresciuta in una comunità conservatrice del Canada come Nomi (Un complicato atto d’amore), ma in questo romanzo mette in scena la vita di Irma in una comunità del Vecchio Ordine nel nord del Messico, dove la protagonista vive un’esperienza di oppressione più estrema rispetto a quella dell’autrice.

Scopriamo qualcosa di più sulla storia di questa comunità.

Menno Simons. Il padre fondatore

Menno Simons nasce nel 1496 in Olanda in una famiglia contadina. Studia presso il monastero di Bolsward e nel 1524 diventa sacerdote. Ben presto però entra in contatto con il movimento anabattista e con la sua dottrina, che prevedeva un ulteriore battesimo da compiersi in età adulta. Seppur scettico, compie una ricerca sui testi sacri, a seguito della quale comprende che nella Bibbia non si parla di bambini battezzati. Ciò lo convince a unirsi al movimento, di cui diverrà il membro più influente, tanto che i suoi seguaci inizieranno a essere chiamati mennoniti. Negli anni che lo separano dalla morte, Simons si dedica a ulteriori studi teologici e alla diffusione della propria dottrina, improntata al pacifismo e alla non violenza.

I mennoniti. Una scelta di vita

I mennoniti. Una scelta di vita

Nonostante oggi molte congregazioni siano libere di scegliere come vivere, esistono alcuni aspetti fondanti della dottrina che sono sempre rispettati: il battesimo in età adulta e il rifiuto di prestare qualunque forma di giuramento o servizio militare. La lingua parlata dalla comunità è il plautdietsch, conosciuto anche come basso tedesco dei mennoniti, un dialetto derivante da quello prussiano che sta ormai per scomparire.

Molto diverse sono invece le abitudini dei gruppi del Vecchio Ordine, i quali rifiutano ogni forma di tecnologia, l’elettricità e utilizzano carrozze come mezzi di trasporto. Niente alcool, né contraccettivi. Vietati tutti i passatempi come i giochi e la musica. Hanno vestiti semplici ma molto diversi tra donne e uomini. Disapprovano il consumismo e il matrimonio al di fuori della comunità.

Era convinto che ogni cosa alla fine si sarebbe sistemata e di lì a sette mesi avremmo tutti quanti indossato bellissimi vêtements e bevuto champagne a un party su uno yacht, al festival del cinema di Cannes, dove grazie ai nostri sforzi avremmo fatto schiattare tutta la gente lì convenuta.

Proprio alla Festival del Cinema di Cannes nel 2007 viene presentato il film Luz silenciosa dove il regista messicano Carlos Reygadas mette in scena il dramma di un uomo mennonita sposato, innamorato di un’altra donna.
Ambientato in una colonia mennonita nel deserto del Chihuahua e girato integralmente in plautdietsch, lingua basso tedesca parlata nelle comunità, è interpretato da attori non professionisti. Per Esther, la moglie tradita, Reygadas sceglie lei, Miriam Toews.

Luz silenciosa si aggiudica il Premio della giuria al 60° Festival del Cinema di Cannes, viene definito da Martin Scorsese “sorprendente” e Miriam Toews riceve una nomination come miglior attrice al Premio Ariel. Ma più volte quando le viene chiesto se vuole continuare con il cinema, Miriam dichiara la sua fedeltà alla letteratura: “È stata una cosa anomala ed estemporanea. Il regista mi ha chiamata proprio perché non voleva un’attrice. Semplicemente ero una ragazza mennonita nei panni di un’attrice casuale. Un’esperienza interessante ma quello che voglio davvero fare è scrivere”.
Mi chiamo Irma Voth si ispira a questa esperienza cinematografica.

In questo romanzo, come in altri, Miriam Toews ci porta nel mondo mennonita, una visione parallela del mondo rispetto alla nostra, basata su molte regole che l’autrice, e le protagoniste dei suoi romanzi, hanno dovuto sperimentare sulla propria pelle. Miriam è cresciuta in una comunità conservatrice del Canada come Nomi (Un complicato atto d’amore), ma in questo romanzo mette in scena la vita di Irma in una comunità del Vecchio Ordine nel nord del Messico, dove la protagonista vive un’esperienza di oppressione più estrema rispetto a quella dell’autrice.

Scopriamo qualcosa di più sulla storia di questa comunità.

I mennoniti. Una scelta di vita

Nonostante oggi molte congregazioni siano libere di scegliere come vivere, esistono alcuni aspetti fondanti della dottrina che sono sempre rispettati: il battesimo in età adulta e il rifiuto di prestare qualunque forma di giuramento o servizio militare. La lingua parlata dalla comunità è il plautdietsch, conosciuto anche come basso tedesco dei mennoniti, un dialetto derivante da quello prussiano che sta ormai per scomparire.

Molto diverse sono invece le abitudini dei gruppi del Vecchio Ordine, i quali rifiutano ogni forma di tecnologia, l’elettricità e utilizzano carrozze come mezzi di trasporto. Niente alcool, né contraccettivi. Vietati tutti i passatempi come i giochi e la musica. Hanno vestiti semplici ma molto diversi tra donne e uomini. Disapprovano il consumismo e il matrimonio al di fuori della comunità.

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Tradotto da Maurizia Balmelli
Pubblicato in Canada nel 2014, in Italia nel 2015

“I miei piccoli dispiaceri toglie il fiato per quanto è brillante e poetico e persino divertente”.
Daria Bignardi, Vanity Fair

Elf è sempre stata la più bella. Ha stile, idee geniali, ti fa morir dal ridere. È una famosa pianista richiesta in tutto il mondo e ha pure un marito che la adora.
Yoli è la sorella squinternata. Ha figli da padri diversi, il conto in rosso e una carriera mancata.
E cos’è adesso questa storia che Elf vuole morire?
Quali sono le cose giuste da dire per salvare una vita?
Yoli la prende in giro, la consola, la sgrida, aggredisce lo psichiatra dell’ospedale, non sa più che pesci pigliare. In questo lungo duello di parole, carezze, umorismo si celebra la grazia e l’energia che occorrono per accettare il dono fragile della vita.

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IMPD Booktrailer

Guarda il booktrailer di I miei piccoli dispiaceri dove potrai ascoltare un brano letto da Miriam Toews.

IMPD e il grande successo

Scritto per dare forma a un dolore vero, I miei piccoli dispiaceri è un’esplosione di intelligenza, comicità e calore.
Sesto romanzo di Miriam Toews. Esce nel 2014 diventando un caso letterario. Come molti scriveranno, il suo capolavoro.

Con questo bellissimo titolo ispirato a un verso di Samuel Coleridge, I miei piccoli dispiaceri, si classifica finalista in tanti premi letterari di diversi paesi e si aggiudica il Rogers Writers’ Trust Fiction Prize, il Canadian Author Association Award for Fitcion e il nostro Premio Sinbad nel 2015.

Una notizia fresca fresca è che lo scorso dicembre (2020) sono iniziate le riprese del film!!!
Le attrici che rivestono i ruoli di Elf e Yoli sono Sarah Gadon e Alison Pill. Nel cast anche Amybeth McNulty.

Elf e Yoli

Yoli, aveva detto, ti odio.
Mi ero chinata per baciarla e sussurrarle che lo sapevo, che ne ero consapevole. Ti odio anch’io, le avevo detto.
Era la prima volta che in un certo qual modo formulavamo il nostro problema di fondo. Lei voleva morire e io volevo che vivesse ed eravamo due nemiche che si amavano.

Yoli, è Yolandi, giovane donna sbalestrata nella vita e negli affetti.
Non gliene va dritta una, letteralmente, ma è pura gioia di vivere.
Elf, è Elfrieda, bella, dotata, simpatica, amata, ma sente dentro di sé un pianoforte di vetro. Ed è terrorizzata all’idea che possa rompersi.
Elf e Yoli sono i due straordinari personaggi che Miriam Toews ha creato per elaborare il dolore della perdita della sorella Marj, morta nello stesso modo del padre nel 2010. Miriam ha scelto il nome Elfrieda perché nasce “dall’incontro di Elf, elfo creatura immortale e freedom libertà”.

© Janko Ferlic su Unsplash

“Mia sorella si è tolta la vita nel 2010, ma è stata spiritosissima fino all’ultimo. Ha sofferto di depressione per molti anni, ma riusciva a riderne, e a fare ridere anche me”. (Miriam Toews su Gioia).
IMPD è un romanzo sorprendentemente ricco di contrasti emotivi Si ride tantissimo e si piange, parla di dolore ma è un inno alla vita.
Come Miriam sia riuscita a raccontare una cosa così personale e dolorosa regalandoci così tante sorrisi e gioie, resta un miracolo.
Lei ha sempre detto che ringrazia le sue origini mennonite per averle regalato l’ironia e il giusto umorismo che la fa sopravvivere tutti i giorni.

La rivoluzione segreta di Elfrieda

In questo romanzo, come in Un complicato atto d’amore, la letteratura danza con la musica.
Per godere a pieno la lettura di questo brano vi consigliamo l’ascolto di Preludio in Sol Minore Opus 23 di Rachmaninov.

Elf progettava di andare a studiare musica all’università. Aveva solo quindici anni, ma i mennoniti più anziani avevano appreso da un informatore locale che aveva “espresso il desiderio sconsiderato di abbandonare la comunità” e sospettavano furiosamente di qualsiasi tipo di studi superiori – specie per le ragazze. Per questi uomini, una ragazza con un libro in mano era il nemico pubblico numero uno.

Le sarebbero venuti i grilli in testa, disse a mio padre nel nostro soggiorno uno di loro, alla qual cosa mio padre non seppe rispondere se non assentendo e guardando speranzoso verso la cucina dove mia madre era confinata a cacciare mosche con l’asciugapiatti (…)

Dopo un paio di minuti, sentimmo gli accordi di apertura del Preludio in Sol Minore Opus 23 di Rachmaninov. Elf era nella stanza degli ospiti accanto alla porta d’ingresso, dove si trovava il piano, e dove a quei tempi si svolgeva buona parte della sua vita. Gli uomini smisero di parlare. La musica si fece più forte. Era il brano preferito di Elf, forse la colonna sonora della sua rivoluzione segreta.

Elf suonava più forte, poi più piano, poi di nuovo forte. Gli uccelli smisero di cantare e in cucina le mosche cessarono di andare a sbattere contro le finestre. L’aria era immobile. Lei era al centro del mondo in corsa. Fu in quell’istante che Elf assunse il controllo della propria vita. Era il suo debutto di donna adulta, nonché, sebbene a quel tempo lo ignorassimo, il suo debutto di pianista mondialmente riconosciuta…

Quello fu l’istante in cui Elf ci lasciò. E fu l’istante in cui mio padre perse tutto in un colpo solo: l’approvazione degli anziani, la sua autorità di capofamiglia e sua figlia, che era ormai libera e dunque pericolosa.

Una scelta d'amore

I miei piccoli dispiaceri è una storia d’amore tra due sorelle, un manuale di sopravvivenza, e un libro molto personale scritto per elaborare un dolore, ma tra le righe emerge anche un tema politico forte.
Come si può aiutare una persona che vuole morire? Cosa è giusto fare?

Un tema complesso e controverso di cui tanto si è dibattuto in diversi paesi negli ultimi cinque anni. In Canada, paese in cui è nata e vive oggi Miriam Toews, nel 2016 è stata sancita la MaiD, Medical Assistance in Dying,che consente al malato la scelta di essere assistito e aiutato a terminare la propria vita. Scelta giuridica tutt’oggi dibattuta dalla comunità religiosa.

Anche la Spagna ha ora approvato il suicidio assistito per i malati incurabili e l’Austria da poche settimane, ha stabilito che il suicidio assistito non sarà più reato dal 2022. In Italia la situazione è ancora complessa perché nonostante una sentenza della Corte Costituzionale sancisca il diritto di accedere al suicidio assistito, tutt’oggi sembra negata la possibilità di decidere della propria vita a chi vorrebbe porre fine alle proprie sofferenze.

E ora lasciamo la parola a Miriam Toews in queste due belle video interviste.

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Donne-che-parlano_web
Tradotto da Maurizia Balmelli
Pubblicato in Canada e in Italia nel 2018

Venivano narcotizzate con lo spray per le mucche, e poi stuprate nel sonno. Si svegliavano doloranti, sanguinanti. E si sentivano dire che era tutto frutto della loro sfrenata immaginazione o del diavolo. Invece i colpevoli erano uomini della comunità: zii, fratelli, vicini, cugini.
Che fare adesso? Perdonare, come vorrebbe il pastore Peters? Rispondere con la violenza alla violenza? O andare via, per sempre, per affermare una vita diversa, di rispetto, amore e libertà?
Il romanzo parte da qui: dal momento in cui le donne devono decidere cosa fare. Sono donne sottomesse, abituate a obbedire. Nascoste in un fienile, prendono in mano, per la prima volta, il proprio destino.
La loro ribellione è linfa vitale anche per August Epp, l’uomo amorevole e giusto che aveva perso la speranza, e che le donne chiamano a testimone della loro cospirazione di pace, perché possa raccontarla.

I fatti di cronaca dietro Donne che parlano

Tra il 2005 e il 2009 più di 130 donne tra i tre e i sessant’anni della comunità mennonita di Molotschna, in Bolivia, sono state vittima di violenza, per mano di mariti, fratelli, uomini della comunità.
Donne che parlano è la risposta immaginata da Miriam Toews, da parte di queste donne.

Le violenze avvenivano la notte, mentre dormivano.
Le donne venivano drogate e il giorno successivo si svegliavano doloranti senza capire cosa fosse successo.
Per tutti i quattro anni queste donne hanno creduto che i colpevoli fossero fantasmi o opere del diavolo, esattamente come gli uomini volevano fargli credere.
Si scoprì poi che i responsabili delle violenze erano otto uomini di Molotschna, molti dei quali parenti stretti delle vittime.

Se siete curiosi di conoscere meglio questi eventi, vi consigliamo il bel servizio di Vice

oppure leggete l’intervista di Miriam Toews al Guardian

Il Plautdietsch, una lingua che viene da lontano

Le donne parlano in plautdietsch, o basso-tedesco, l’unica lingua che conoscono, nonché quella parlata da tutti i membri della colonia – anche se oggi a scuola i ragazzi di Molotschna imparano qualche rudimento d’inglese, e gli uomini parlano anche un po’ di spagnolo. Il plautdietsch è una lingua orale risalente al medioevo, moribonda, un guazzabuglio di tedesco, olandese, pomerano e frisone. Pochissime persone al mondo parlano il plautdietsch, e tutti quelli che lo parlano sono mennoniti.

Il plautdietsch è un dialetto basso tedesco con alcune influenze danesi, che si è sviluppato tra il Sedicesimo e il Diciassettesimo secolo in Prussia.
In origine, era un dialetto tedesco come gli altri, finché i mennoniti stabiliti nel sud dell’Impero russo lo adottarono come lingua, per poi esportarlo in Nord e Sud America durante le loro migrazioni tra fine Ottocento e inizio Novecento. Oggi è parlato da circa 400.000 mennoniti di origine russa, soprattutto in America Latina e tra Stati Uniti e Canada.

  • Mejal: “Non fare niente in realtà non era un’opzione, ma consentire alle donne di votare per Non fare niente avrebbe quantomeno stimolato l’autoaffermazione. Mejal (che in plautdietsch significa ‘ragazza’) Loewen, una simpatica fumatrice accanita con due polpastrelli gialli e quella che sospetto essere una vita segreta, si era detta d’accordo”.
    Mejal è una delle donne che parlano, che conosciamo all’interno del romanzo di Miriam Toews. Il suo nome deriva dal plautdietsch, e significa semplicemente ‘ragazza’.
  • Schinda: “Mariche mi ricorda che sono loro, le donne, a stabilire l’andamento di queste riunioni, non una ‘mezza cartuccia’ di contadino fallito, uno schinda ridotto all’insegnamento”.
    La parola schinda, nel romanzo, fa riferimento ad August Epp, l’uomo che ha il compito di redigere i verbali delle riunioni tra le donne. Questa parola ha un’accezione dispregiativa, significa ‘mezza cartuccia’, e si usa per sminuire qualcuno, al punto che Epp è autorizzato a prendere parte alle riunioni delle donne, nonostante sia un uomo.
  • Schatzi: “Viene interrotta da Ona, che ha iniziato a vomitare nel secchio accanto a lei.
    Dice Greta: Oh, schatzi.
    Agata si alza – ha tenuto le gambe in alto fino a ora – e va da Ona. Le accarezza la schiena e le scosta le ciocche che sono sfuggite dal fazzoletto perché non vengano investite dal getto.
    Ona alza la testa e assicura alle donne che sta bene.
    Le donne annuiscono”.
    La parola schatzi, viene usata non solo in lingua plautdietsch, ma anche in altri dialetti di origine tedesca. Si potrebbe tradurre come ‘tesoro’, ‘cara/o’, ed è in generale un appellativo che si usa per rivolgersi ai propri cari.
  • Dummkopf: “Non solo abbiamo commesso il peccato di mentire, dice, abbiamo insegnato alle nostre figlie a fare lo stesso. Se incoraggiamo anche Nettie a mentire, saremo colpevoli di esserci approfittate di una dummkopf.
    Salomè alza la mano. Nettie non è una dummkopf, sentenzia. Il suo insolito comportamento – attribuirsi un nome da ragazzo e parlare solo con i bambini – è una reazione comprensibile all’aggressione prolungata e particolarmente orribile che ha subìto”.
    Il termine dummkopf, con cui nel romanzo una delle donne si rivolge a Nettie, un’altra di loro, ha il significato di ‘ritardata/o’. Nettie viene chiamata così, perché a causa dei traumi subiti, violenti e prolungati, assume degli atteggiamenti visti come strani e sospetti da alcune donne della comunità. Parla solo con i bambini e vuole essere chiamata con il nome maschile di Melvin, forse “perché non vuole più essere una donna”.
  • Kjinja: “Adesso Nettie/Melvin si è arrampicata sulla scala ed è nel fienile. Tace, in piedi di fronte alle donne. Agata la prega di parlare, di darci notizie da terra.
    Nettie fissa la finestra e dice: I bambini piccoli (usa la parola kjinja) sono pronti. Puliti. I vestiti di ricambio sono nei barili. La biancheria è nei barili. Gli stivali sono nei barili. I cappelli sono nelle scatole. Hanno mangiato”.
    Nettie, che ricordiamo preferisce usare il nome Melvin, e parla soprattutto con i bambini, è la persona a cui questi bambini vengono più spesso affidati. Le piace prendersene cura e quando parla di loro usa il termine kjinja, che significa appunto ‘bambini piccoli’.
Donne senza voce

Siamo donne senza voce, afferma Ona, pacata. Siamo donne fuori dal tempo e dallo spazio, non parliamo nemmeno la lingua del paese in cui viviamo. Siamo mennonite senza una patria. Non abbiamo niente a cui tornare, a Molotschna perfino le bestie sono più tutelate di noi.
Tutto quello che abbiamo sono i nostri sogni – per forza che siamo sognatrici.

In quasi tutti i suoi romanzi Miriam Toews dà vita a protagoniste femminili spesso eccentriche e un po’ sbarellate, ma forti e tenaci, in continuo viaggio verso i propri sogni e desideri. In questo libro ispirato a una cronaca vera sono nove le donne protagoniste.
Donne mennonite di diversissima età che subiscono una violenza inaccettabile a cui loro stesse non sanno come rispondere.

Per questo Donne che parlano di Miriam Toews è un romanzo coraggioso e necessario. Con questo libro, Miriam Toews ha dato voce a tante donne mennonite, portando alla luce una realtà spesso nascosta e taciuta dalla comunità patriarcale mennonita. La violenza di Molotschna è un fatto relativo a quel paese, ma la vita predestinata e decisa dagli uomini a cui sottostanno le donne della comunità è una realtà presente in tutte le congregazioni old order.

Per saperne di più sulle condizioni delle donne mennonite, vi lasciamo il link all’articolo di Judith C. Kulig, professoressa presso l’Università di Lethbridge.

La cucina mennonita

“Come potete andare a casa e godervi un bel pranzo a base di vreninkje e platz preparato da vostra moglie e poi coricarvi nel vostro letto caldo col vostro piumino per una rilassante maddachschlop – siesta pomeridiana – sapendo che presto vostro figlio brucerà in eterno, urlando tra i tormenti di una sofferenza senza fine?”

Chiamati Vreninkje o Wareneki, questi ‘ravioli mennoniti’ a forma di mezzaluna, sono molto simili ai Pierogi polacchi o dei ravioli ucraini. Vi proponiamo una ricetta di Vreninkje con un ripieno di formaggio patate e cipolla.

Per l’impasto:
1 tazza di panna acida
1/2 cucchiaino di sale
1/2 cucchiaino di lievito in polvere
2 tazze di farina
1 albume leggermente sbattuto (conservare il tuorlo per il ripieno)

Mischiare tutti gli ingredienti fino a ottenere un impasto liscio, coprire e conservare in frigorifero per almeno un’ora.
Mentre l’impasto riposa, preparare il ripieno:
2 patate bollite, raffreddate e schiacciate,
1/4 tazza di cipolla saltata e raffreddata
1 tazza di formaggio cheddar grattugiato

Miscelare insieme tutti gli ingredienti. Una volta aver fatto riposare l’impasto per un’ora, stenderlo su un piano infarinato. Disporre delle ‘palline’ di ripieno (aiutandosi con un cucchiaio) sull’impasto disteso, e poi ripiegare l’impasto su se stesso. Poi tagliare i ravioli in modo che abbiano la forma di una mezzaluna.
Cuocere in acqua bollente salata per 5 minuti, una volta pronti saliranno verso la superficie.

Solitamente vengono serviti accompagnati da una salsa al burro e panna acida.

La platz è un tipo di torta, coperta da un crumble, tipica della cucina mennonita. Ecco come prepararla:

Ingredienti:
1 tazza di latte
6 cucchiai di burro
1/2 tazza di acqua fredda
2 cucchiai di zucchero
1 cucchiaio di lievito istantaneo
1 cucchiaino di sale 3 tazze e mezza di farina

Per il topping:
1 uovo sbattuto
6 cucchiai di burro a temperatura ambiente
3/4 tazza di farina
3/4 tazza di zucchero

Procedimento: Scaldare il latte, aggiungere il burro e farlo sciogliere, poi spegnere e togliere dal fuoco. Aggiungere l’acqua fredda in modo che il composto raggiunga la temperatura ambiente. In una ciotola, mischiare zucchero, lievito e sale, aggiungere i liquidi. Mescolare e aggiungere poco per volta due tazze di farina, mescolare fino a ottenere un impasto ruvido e lasciar riposare per 5 minuti. Aggiungere il resto della farina fino a ottenere una palla di impasto liscia (aiutarsi con le mani infarinate). Coprire l’impasto e lasciare lievitare fino a che non sarà raddoppiato.
Stendere l’impasto in una teglia, eliminando le eventuali bolle d’aria. Sbattere l’uovo e spennellarlo sull’impasto.
Preparare il topping: con una frusta, mescolare il burro a zucchero e farina precedentemente miscelati. Creare un crumble con le mani, e spargerlo sopra la torta. Coprire e lasciare riposare 45 minuti.
Cuocere a 190° per 25-30 minuti, finché non sarà dorato. Lasciare raffreddare prima di servire.

Gli zwieback, sono prodotti da forno tipici della tradizione mennonita. Sono simili alle nostre brioche e venivano tradizionalmente servite nelle occasioni festive, come la domenica, ai matrimoni e ai funerali.

Ingredienti:
1 cucchiaio e mezzo di lievito
1 cucchiaino di zucchero
1 tazza di acqua tiepida
3 tazze di latte tiepido
1/4 tazza di fiocchi di patate istantanei
3 cucchiai di olio  1 tazza di burro ammorbidito
2 cucchiaini di sale
7 tazze di farina (più un pizzico per il piano di lavoro)

Procedimento: Aggiungere in una ciotola lievito e zucchero all’acqua tiepida e lasciar riposare 10 minuti. Scaldare il latte e aggiungere i fiocchi di patate istantanei, mescolare. Poi aggiungere questo mix all’olio e il sale al lievito e mischiare tutto in un’ampia ciotola. Poi aggiungere il burro a 3 tazze di farina e unire anche questi nella ciotola. Aggiungere il resto della farina e impastare fino ad avere un impasto liscio (se usate la planetaria, se impastate a mano, aiutatevi con il piano di lavoro infarinato). Mettere l’impasto in una ciotola coperta e lasciar lievitare finché avrà raddoppiato le sue dimensioni, circa un’ora.
Creare delle palline di impasto, con una conca al centro, in cui riporre delle altre palline di impasto, più piccole, in modo che si crei una ‘pallina doppia’. Lasciare riposare un’altra ora, finché non avranno raddoppiato il loro volume.
Cuocere in forno preriscaldato a 200 gradi per 20 minuti.

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