Oltre le pagine di…

Feel good

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FEEL GOOD
di Thomas Gunzig

Traduzione di Francesco Bruno

In libreria e in ebook

Thomas Gunzig, un autore poliedrico

Tra Tom e Thomas

Thomas è nato e cresciuto a Bruxelles, dove ha fatto il libraio per dieci anni. Si è dedicato poi all’insegnamento della letteratura e ha trasformato la sua passione in una professione. Si narra che per riscattare i diritti su una raccolta di racconti abbia sfidato e sconfitto il suo primo editore in un incontro di karate, nel bel mezzo della Fiera del libro di Bruxelles, nel 2008.

Ora vive a Parigi e scrive anche per il cinema (sua la sceneggiatura dell’esilarante e pluripremiato Dio esiste e vive a Bruxelles), il teatro, la radio e i cartoni animati. Con i suoi romanzi e racconti ha vinto molti premi letterari prestigiosi; Feel good ha conquistato il pubblico e la critica francesi.

Ma quanto di Thomas c’è in Tom, uno dei due protagonisti del romanzo Feel good?
Ci siamo divertiti a trovare alcuni punti in comune, leggendo l’intervista apparsa sul TuttoLibri, inserto culturale della Stampa:

Le difficoltà scolastiche

«A quel tempo, aveva sei anni, e due anni prima degli psicologi avevano avvisato i suoi genitori che il bambino “non aveva le capacità” per riuscire nello studio canonico. Tom era un “disadattato”».

Come Tom, anche Thomas da bambino viene inserito in una classe con ‘insegnamento speciale’ e ci rimane fino ai dodici anni. Di quegli anni conserva ricordi non felicissimi e una sensazione di estraniamento.

Libri come salvagente

«La mattina, Tom infilava uno di quei libri nella cartella e, all’ora della ricreazione, quando tutto il branco dei suoi compagni deficienti se ne andava verso il cortile e le sue miserie, lui rimaneva solo, seduto nel banco, e leggeva».

Anche Thomas, come Tom, passava la ricreazione rifugiandosi tra le pagine dei libri: un ottimo espediente per evitare gli altri bambini. È così che ha scoperto il mondo dell’immaginario.

Padri scienziati

«Più tardi, quel padre era diventato ricercatore in matematica, viveva chiuso in se stesso, in mezzo all’universo rigoroso e astratto dei numeri».

Il padre di Thomas, Edgard Gunzig, è un astrofisico molto noto: sua la teoria del bootstrap, che suggerisce la presenza di multiversi e l’esistenza di un universo analogo al nostro già prima del Big Bang. Ma la sua carriera di professore e scienziato ha preso una piega inaspettata quando è stato arrestato in India per traffico di diamanti. Thomas a quel tempo aveva quindici anni.

Madri col vizio del furto

«Rubare non era difficile, bastava essere prudenti ed evitare gli articoli di lusso sui quali si trovavano dei dispositivi antitaccheggio. I reparti di alcolici erano sorvegliati, i reparti di vestiario e di elettrodomestici erano sorvegliati. Dei reparti frutta e verdura, generalmente, tutti s’infischiavano. Quanto al reparto macelleria, dipendeva.
E Achille ogni giorno aveva le sue porzioni di frutta e verdura».

Alice, la protagonista femminile del romanzo, ritrovandosi senza lavoro e senza soldi, le prova tutte per non andare a fondo.

Ecco un altro punto in comune tra il romanzo e la vita di Thomas, la mamma dell’autore infatti, ritrovandosi sul lastrico, per un periodo rubava nei negozi per portare a casa qualcosa per cena.

Professione della scrittura

«Scriveva ostinatamente, scriveva meglio che poteva, si rileggeva per notti intere, dentro di sé qualcosa ci credeva ancora ma qualcos’altro non ci credeva già più. All’alba dei quarantacinque anni, aveva al suo attivo una quindicina di romanzi, tutti pubblicati dall’Arbre pâle».

Thomas, classe ’70, di certo non teme il paragone: ventisette anni di attività e più di trenta opere, tra romanzi, racconti, sceneggiature, opere teatrali e fumetti. Il suo primo successo risale al 2013, con Manuel de survie à l’usage des incapables, romanzo distopico dal tono irriverente e sarcastico. Un altro punto in comune con Tom è il fatto che i suoi romanzi sono tutti usciti per lo stesso editore: Au diable vauvert.

Per scoprire di più su Thomas Gunzig, vi consigliamo di leggere l’intervista all’autore realizzata da Leonardo Martinelli per il TuttoLibri della Stampa:

Thomas Gunzig sceneggiatore

Thomas Gunzig non è solo uno scrittore di romanzi, ma declina il mestiere della scrittura in molti ambiti diversi, come la radio, i fumetti e la sceneggiatura.

È sua, infatti, la sceneggiatura del film del 2015 Dio esiste e vive a Bruxelles, scritta insieme al regista Jaco Van Dormael.
Il film è stato candidato al Golden Globe come miglior film straniero e ha vinto quattro premi Magritte, tra cui quello per la miglior sceneggiatura!

Le altre scritture di Thomas Gunzig

Thomas Gunzig è un autore dalle mille risorse, come abbiamo già detto.
Oltre a scrivere per cinema, radio e letteratura, ha partecipato alla scrittura collettiva di un’opera dal titolo Kiss&Cry, difficile da inscatolare in una sola disciplina. Si tratta infatti di un mix tra danza, teatro e cinema. In quest’opera collettiva sono di Thomas Gunzig il testo che viene letto ad alta voce, e la sceneggiatura, scritta a quattro mani
insieme a Jaco Van Dormael.

In questo video potete guardare un estratto dall’opera Kiss&Cry:

Feeling good

I feel good book

«Cos’è il feel good book?»
«È un ‘libro che fa star bene’. Grosso modo, bisogna presentare la vita da un’angolazione positiva, fare ritratti di personaggi che affrontano prove difficili ma ne escono fortificati. Si tratta di storie in cui l’amicizia trionfa sull’avversità, in cui l’amore permette di superare tutti gli ostacoli, in cui le persone cambiano ma per diventare migliori di com’erano all’inizio…».

Il libro prende il titolo da un genere letterario, di successo negli ultimi anni: il cosiddetto feel good book. Libri che, come suggerisce il nome, fanno stare bene. Secondo The Guardian (il primo giornale a definire così il genere) è una tendenza iniziata nel 2017 in seguito a un anno di momenti difficili. Gli inglesi l’hanno chiamata Up Lit (up literature), la letteratura che ”tira su”, sprona a reagire. Come dice Tom, il romanzo feel good ha una precisa struttura di caduta e risalita: sono storie in cui, in seguito a una sofferenza e a una rinascita i protagonisti ne escono fortificati.

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Feel good non è solo il titolo del romanzo di Gunzig, ma è anche il genere di romanzo che Alice e Tom vogliono scrivere per avere successo. La loro idea geniale e folle per cambiar vita, infatti, è proprio scrivere il bestseller perfetto: un feel good ovviamente.

Qui trovate l’interessante articolo del Guardian sui feel good book.

Qualche libro per sentirsi bene

I romanzi feel good, come abbiamo visto, sono quelli del buonumore, quelli che in genere hanno copertine pastello e la parola amore nel titolo. La chiave è sempre creare empatia e soprattutto fare immedesimare un lettore che magari ha vissuto o sta vivendo la stessa vicenda. Naturalmente ci deve essere un bel finale e, obbligatoria, una frase ad effetto da citare sui social, che non guasta mai.

Il primo Eleanore Oliphant Is Completely Fine di Gail Honeyman è una storia leggera e piena di tenerezza e buoni sentimenti. Si tratta di una storia in cui si denota la forza, il dolore, ma anche la resilienza e la speranza di tornare a vivere.

La frase chiave, anzi le frasi, di questo semplice romanzo sono:
“L’unica cosa che conta è rimanere fedeli a ciò che
si è veramente”.
“Mi chiamo Eleanor Oliphant e sto bene, anzi: sto benissimo”.

Di tutt’altro spessore è il romanzo storico di George Saunders Lincoln In The Bardo. Saunders è uno degli autori più amati dell’attuale scena letteraria americana, e in questo libro riflette sul senso della vita partendo dalla scena in cui Abrahm Lincoln in un cimitero piange sulla tomba del figlio.
Questo romanzo si inserisce perfettamente tra i libri feel good per il ragionamento sul senso della vita che troviamo tra le sue pagine.

Hygge o stare bene

I feel good books si inseriscono perfettamente nel concetto danese di Hygge, scoperto all’estero negli ultimi anni e diventato velocemente di moda. Hygge è una parola intraducibile in italiano il cui significato racchiude tutte quelle sensazioni piacevoli e rilassanti, di momenti intimi soli o con i propri cari; descrivela sensazione di benessere che si prova nello stare ad esempio in casa con una bevanda calda e una coperta o in generale nella propria zona di comfort. Una sorta di conforto e benessere dato da fattori ambientali e umani.

A feel good of one’s own, cosa ci fa stare bene?

Il 20 marzo si celebra la Giornata Internazionale della felicità, istituita nel 2012 dall’ONU perché “la ricerca della felicità è uno scopo fondamentale dell’umanità, […] riconoscendo inoltre di un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone, decide di proclamare il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità, invita tutti gli stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite, e altri organismi internazionali e regionali, così come la società civile, incluse le organizzazioni non governative e i singoli individui, a celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale della Felicità in maniera appropriata, anche attraverso attività educative di crescita della consapevolezza pubblica”.

Ogni anno viene pubblicato lo studio globale Ipsos sulla felicità, i dati del 2019 indicano che la felicità è più diffusa in Australia e Canada: in entrambi i paesi, l’86% degli intervistati si considera “molto” o “piuttosto felice”.

Ma cosa rende felici gli italiani? La risposta al primo posto è “salute/benessere fisico” (50%), in seconda posizione troviamo “avere più soldi”, insieme al “rapporto con il partner”, entrambe citate come fonti di “massima felicità” dal 42% degli intervistati. Gli altri tre posti della top 5 sono: “avere il controllo della propria vita”, “i figli” e “avere un lavoro
gratificante” (indicate rispettivamente dal 41%, 40% e 39%).

In occasione di una Giornata Internazionale della Felicità sicuramente diversa, è uscito questo divertente articolo su cosa ci ha reso felici il 20 marzo quest’anno:

Feel good e l’editoria di oggi

Truffe letterarie (parte 1)

«“Mi scusi, ma c’è qualcosa di strano nella sua storia. Me l’hanno raccontata… L’addetta stampa della sua editor la racconta a tutti, evidentemente è una storia che suscita interesse… Solo che io conosco un po’ la zona, ci sono andato più volte mentre preparavo il mio romanzo Occhi senza lacrime e le garantisco che non c’è mai stata una milizia di donne yazidi. Ci sono state, si, delle milizie femminili, ma si trattava di donne curde”. Tom strinse i pugni. La mancanza di documentazione era il suo eterno difetto».

Tom Peterman per convincere un editore a leggere il romanzo scritto da Alice, se ne inventa una bella grossa (non vi sveliamo quale). La realtà non è sempre così distante dall’immaginazione. Pensate a qualche famosa truffa letteraria poi svelata. Ne racconta qualcuna Matteo Fumagalli in uno dei suoi video su YouTube.

In questo video di Matteo Fumagalli le cinque truffe editoriali più assurde:

Truffe letterarie (parte 2): un diario inaspettato

A partire dall’Ottocento ci sono stati moltissimi esempi di truffe cletterarie. Alcuni riguardanti autori classici, altri invece molto più contemporanei. Negli anni Ottanta sono comparsi sessanta volumi conosciuti come Diari di Hitler, attribuiti al Führer, ma in realtà inventati di sana pianta dall’illustratore tedesco Konrad Kujau. Dopo la loro scoperta, questi diari vennero sottoposti ad analisi grafologiche giudizio di alcuni tra i maggiori studiosi del periodo e si si iniziò a pensare che fossero effettivamente scritti dallo stesso Hitler.

La rivista tedesca Stern, in possesso dei diari, progettava di vendere i diritti di pubblicazione al Newsweek di New York e al Times di Londra. Si scoprì nel giro di qualche mese che i diari erano in realtà un falso e l’autore, Konrad Kujau, nonostante la condanna divenne un personaggio estremamente popolare.

(in foto la copertina della rivista tedesca Stern)

Truffe letterarie (parte 3): un inedito shakespeariano

Nel 1796 uscì Vortigern e Rowena, un’opera che fu spacciata come una tragedia del ciclo shakespeariano di ambientazione medievale, come ad esempio Re Lear. In realtà si trattava di un falso scritto da tale William Henry Ireland, figlio di un intagliatore londinese appassionato di Shakespeare.
Dal 1794 l’autore di Vortigern e Rowena iniziò a falsificare documenti e lettere personali di Shakespeare indirizzate alla moglie del drammaturgo e una anche alla regina d’Inghilterra, che vennero scambiate per autentiche dal padre e da altri esperti.
A diciannove anni compose due opere teatrali: Enrico II e Vortigern e Rowena. Quest’ultima fu messa in scena a Londra nel 1796 in un teatro, ma il pubblico non fu ingannato, capì subito che si trattava di un falso e la derise. L’autore confessò di averla inventata solo nel 1804.

Per saperne di più su questa e altre truffe letterarie famose, vi suggeriamo questo interessante articolo del Post:

I libri di Tom vs La musica di Alice

Conosciamo meglio i protagonisti di Feel good attraverso i libri letti e amati da Tom e la musica di Alice.

I libri di Tom

«Tom aveva cominciato a leggere romanzi per essere lasciato in pace durante la ricreazione. (…) Intuiva che, dietro quelle copertine austere, dietro quei titoli misteriosi, al di là di quelle frasi il cui senso per lo più gli sfuggiva, si trovavano cose che lui stentava a definire ma che – lo sapeva, lo sentiva – avrebbero fatto maturare la sua anima».

Tom, ora è uno scrittore vicino ai cinquanta con tanti libri pubblicati, ma nessuno che abbia lasciato il segno.
Il suo amore per le parole però era nato presto: tra i banchi di scuola, quando per nascondersi dagli altri si infilava tra le pagine dei grandi autori.

Se vi chiedete quali libri hanno reso Tom uno scrittore, ecco qui una lista, sono i titoli che compongono la sua personalissima biblioteca!

 

  • Alina Reyes, Il macellaio
  • Anaïs Nin, Il delta di Venere. Racconti erotici
  • Donatien-Alphonse-François de Sade, Le 120 giornate di Sodoma
  • Georges Bataille, Storia dell’occhio
  • Gustave Flaubert, Madame Bovary
  • Henri Beyle Stendhal, La certosa di Parma
  • Henry Miller, Tropico del Cancro
  • Herman Melville, Moby Dick
  • Hermann Hesse, Siddhartha
  • Octave Mirbeau, Diario di una cameriera
  • Philip Roth, Lamento di Portnoy
  • Philippe Djian, Zone érogène
  • Pierre Louÿs, Figlie di tanta madre
  • Robert Musil, L’uomo senza qualità
La musica di Alice

“Una voce schietta e consolante, una voce e delle parole che le toccarono il cuore con un amore infinito:
Looking out a dirty old window // Down below the cars in the city go
rushing by // I sit here alone and I wonder why
La voce di Kim Wilde salì in lei come quella di uno spirito dei tempi antichi che fosse stato evocato dalla sua tristezza. E le parole di Kids in America con la loro gioia e il loro furore le dettero la forza di rispondere in tono pacato”.

Kids in America è la canzone che segna l’infanzia di Alice e la accompagna poi per il resto della sua vita. Nel romanzo, infatti, ritorna a più riprese, gettando la nostra protagonista nei ricordi del passato, ma scandendo anche di volta in volta gli eventi del presente. Kids in America è il singolo di debutto della cantante britannica Kim Wilde, uscito nel 1981 e subito campione di incassi. Il singolo, infatti, ha scalato le classifiche talmente in fretta (secondo posto nel Regno Unito nel giro di una settimana) che gli addetti ai lavori in un primo momento pensarono si trattasse di una sorta di truffa.

La canzone, presente nel disco di esordio che porta il nome della cantante e uscito per RAK Records, è stata scritta dal fratello della cantante Ricky Wilde e da loro padre Marty Wilde, già noto cantautore, per volere del produttore Mickie Most.

Scarpe diem

“Da due generazioni, il negozio Bocacci era un negozio di scarpe. Da Bocacci, le scarpe si vendevano seriamente, si vendevano con solennità, si vendevano con la convinzione che il piede era un capitale, che la scarpa ne era la garanzia e che venderle era una responsabilità.”

La civiltà comincia nel momento in cui l’uomo frappone fra il suo corpo e la terra un oggetto: la scarpa. Ma la scarpa non serve solo a proteggere il piede, è diventato un oggetto iconico. Ci siamo divertiti a raccogliere per voi le 10 paia di scarpe più riconoscibili al mondo. Ve ne vengono in mente altre?

SEX AND THE CITY

“Così tante scarpe e solo due piedi”.

Sex and the City è una grande storia d’amore: verso l’uomo dei propri sogni, nei confronti delle amiche, ma anche amore per le scarpe! Carrie ne ha più di 100 paia, che calcolando una media di 400$ ciascuno fanno circa 40.000$ spesi in calzature.

KILL BILL

“Avanti, muovi l’alluce. Il più è fatto. Ora non resta che muovere gli altri fratellini”.

Per il suo trentesimo compleanno Quentin Tarantino decise di regalare a Uma Thurman la sceneggiatura di Kill Bill e di assegnarle il ruolo di protagonista. L’immagine con cui tutti la ricordiamo la vede con una tuta gialla e nera e le scarpe coordinate, richiamando L’ultimo combattimento di Chen con Bruce Lee.

GEORGE WEAH

“Weah? Lui è shakespeariano. L’Atto Puro. L’Immediato”.

Ogni appassionato di calcio italiano che si rispetti, alle parole “scarpe rosse” vi risponderà George Weah. In un’epoca in cui tutte le scarpe da calcio erano nere, tranne qualche bianca eccezione, Weah è stato il primo a distinguersi con calzature più colorate.

FORREST GUMP

“Mamma diceva sempre che dalle scarpe di una persona si capiscono tante cose, dove va, cosa fa, dove è stata”.

Forrest Gump inizia con una piuma che volteggia nel cielo e va a posarsi tra le sneakers sporche di fango del protagonista. Quelle sneakers con cui ha corso ininterrottamente per 2 anni, 3 mesi, 14 giorni e 16 ore e che sono un po’ il simbolo di uno dei film più indimenticabili del XX secolo.

CENERENTOLA

“Giovanotto, è sicuro che sia quello il piede giusto?”

Qual è la favola sulle scarpe per antonomasia? Ma Cenerentola ovviamente! Il lieto fine è proprio legato al ritrovamento, da parte del principe, della fanciulla proprietaria della scarpetta di cristallo.

SPICE GIRLS

“Il cammino è lungo, ma passo dopo passo è possibile arrivare a toccare le stelle”.

Le 5 ragazze speziate della musica pop anni ’90 erano famose per le loro scarpe esagerate: enormi, colorate e altissime!

IL MAGO DI OZ

“Nessun posto è bello come casa mia”.

Tutti ricordiamo Dorothy che sbatte i tacchi delle sue magiche scarpette rosse sussurrando le parole “nessun posto è bello come casa mia”. Lo sapete però che nel romanzo le scarpe erano color argento? Questa scelta è stata fatta semplicemente perché il rosso era il simbolo dell’adozione del Technicolor.

RITORNO AL FUTURO parte II

“Autolacci? Fantastico!”


Sono passati più di trent’anni dall’uscita del film nelle sale e guardandolo oggi fa sorridere come era stata descritta la nostra epoca. Automobili volanti, skateboard fluttuanti, vestiti autoasciuganti, ma soprattutto scarpe autoallaccianti!

FOOTLOOSE

“C’è un tempo per ogni cosa sotto il cielo… un tempo per ridere, un tempo per piangere, un tempo per soffrire e c’è un tempo per danzare”.

Un piccolo paese di provincia ha bandito la musica rock, il ballo e tutto ciò che può corrompere la moralità della cittadina. Ci pensa Kevin Bacon con i suoi balli scatenati a riportare la musica in città, ovviamente con scarpe in primo piano!

NEIL ARMSTRONG

“Questo è un piccolo passo per uomo, un gigantesco balzo per l’umanità”.

In questo caso non parliamo di scarpe in senso stretto, ma dell’impronta più famosa nella storia dell’umanità: quella sul suolo lunare di Neil Armstrong, il primo uomo a mettere piede sul nostro satellite.

I contenuti speciali di questa pagina sono stati creati con la collaborazione degli iscritti al corso “Come si comunica un libro?” dell’autunno 2020.

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