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Oltre le pagine di…

Il grande azzurro

Riti, costumi, cibi, luoghi… tra Africa e Brasile

IL GRANDE AZZURRO
di Ayesha Harruna Attah

Traduzione di Francesca Conte

Ayesha Harruna Attah racconta Il grande azzurro

IL GRANDE AZZURRO in cucina

Ricette africane e afro-brasiliane

Hassana e Husseina ci portano alla scoperta di sapori e piatti della cucina tradizionale africana e brasiliana.
Siete curiosi di sperimentare con noi qualche ricetta?

IL FUFU: la polenta africana
Il fufu: la polenta africana

“Prima ancora che io avessi deciso se volevo mangiare oppure no, Aminah mi avvicinò alle labbra un boccone di tuo.
«Mangia il tuo fufu» disse.
Mi rifiutavo di usare le loro parole. Non l’avrei chiamato fufu, come Aminah.”

Fufu

Hassana, rapita con la sorella maggiore Aminah, viene portata lontana da casa. Lì, in terra straniera, anche un piatto tipico come il tuo, viene chiamato con un altro nome, e ha un sapore diverso da quello che conosce.

Il fufu, o tuo, è un piatto tipico della cucina ghanese a base di platano e manioca; simile alla polenta, viene servito come accompagnamento per zuppe di carne e di pesce.
Ancora oggi, ne esistono diverse versioni, una per ogni zona del paese.

Ingredienti:

Farina di banane 250 g

Farina di manioca 150 g

Brodo di pollo 100 ml

Acqua 300 ml

Procedimento:

1. In una pentola mescolate farina di banane, di manioca e brodo di pollo per farli ben amalgamare, quindi mettete la pentola con il composto sul fuoco a fiamma medio-alta e continuate a mescolare.

2. Fate cuocere per circa quindici minuti continuando a mescolare fino a quando il contenuto diventa più consistente e aggiungete un poco d’acqua se necessario per ottenere una consistenza perfetta.

3. Coprite la pentola e lasciate cuocere altri due minuti, quindi spegnete, mescolate il fufu e servite in tavola accompagnandolo a un secondo piatto a scelta.

Divertitevi a creare la vostra versione personale di fufu e servirlo in una cena etnica!

(ricetta di buonissimo.it)

Il NKOTOMIRE: lo stufato ghanese
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Foto di IsaacVysions

“Scavai ancora con le dita dentro la ciotola, sentivo l’olio di palma fresco usato per cuocere lo stufato, le cipolle rosolate fino a farle dorare, la consistenza delle foglie di nkotomire, il salato pungente della tilapia secca.”

Nkotomire

Nella cultura africana il cibo rappresenta un importante simbolo di accoglienza.
Le donne del villaggio in cui giunge Hassana, dopo essere scappata dal suo padrone Dogo, accolgono la ragazza sperduta e impaurita con un buon piatto di nkotomire.

Il nkotomire, altamente nutriente, è uno stufato di carne o pesce con foglie di taro.
Uno fra i piatti più popolari della tradizione ghanese, può essere accompagnato da patate, platano, riso al vapore o fufu, talvolta anche dagli spinaci.

Ne esistono diverse versioni, ecco una ricetta per prepararlo!

Ingredienti:

1 pomodoro pelato
1 cipolla tritata
1 spicchio d’aglio
700 gr di spinaci freschi
1 melanzana
6 platani
1 radice media di yam
1,5 litri d’acqua
Olio d’oliva
Sale
Pepe
Paprica in polvere
Zenzero in polvere

Procedimento:

In una pentola versate dell’olio e lasciate soffriggere la cipolla e l’aglio, nel frattempo lavate gli spinaci e lasciateli sgocciolare.
Sbucciate la melanzana, tagliatela a pezzetti e fatela soffriggere insieme alla cipolla. Aggiungete gli spinaci nella pentola e cuocete per quindici minuti. Tagliate il pomodoro a pezzettini e aggiungetelo agli spinaci.
Lasciate sul fuoco per trenta minuti e aggiungete le spezie nella quantità che desiderate. In un’altra pentola, fate bollire abbondante l’acqua e salatela. Quando bolle, aggiungete i platani sbucciati, lasciandoli interi, e la radice di yam tagliata a pezzettoni. Bollite per circa dieci minuti e controllate con la forchetta: la consistenza dovrà essere simile a quella delle patate bollite.
Non appena sono pronti, scolateli. Servite i platani e la radice di yam insieme agli spinaci.

Un’altra gustosa pietanza per tuffarvi nei sapori del Ghana!

(ricetta da Ghanainpancia.com)

ZUPPA EGUSI: i sapori della Nigeria
Zuppa egusi

Tra le nuove usanze che Husseina incontra a Lagos, quella che più la colpisce è mangiare da una scodella tutta sua e soprattutto utilizzare un cucchiaio!
Anzi, ai suoi occhi, uno strano strumento a forma di uovo.
Qui osserva Tereza, la figlia adottiva di Yaya, mentre gusta un piatto di eba ed egusi.

Spostiamoci in Nigeria e scopriamone insieme un piatto tipico.

La zuppa egusi è un piatto a base di semi di melone, ortaggi. Di solito accompagna carne o pesce.
È composto dai semi, ricchi di grassi e proteine, di alcune piante cucurbitacee, come la zucca e il melone. I semi vengono fatti essiccare, macinare e poi sono utilizzati per insaporire il piatto.

Ecco per voi una ricetta per prepararlo.

Ingredienti:

2 confezioni piccole di semi di melone o di zucca
100 ml di olio di palma (olio rosso)
½ cucchiaino di sale
½ cucchiaino di peperoncino in polvere
½ cipolla di medie dimensioni tritata finemente
1 manciata di spinaci, tagliata a pezzi di 1 cm (circa 50 gr)

Procedimento:

Mettere i semi di melone (o zucca) in una piccola ciotola, aggiungere tre cucchiai di acqua e la cipolla tritata e mescolare il tutto. Scaldate l’olio di palma nella padella, il colore cambierà dopo circa 3 minuti. Aggiungere la miscela con semi di melone preparata precedentemente. Mescolare continuamente per circa 3-4 minuti finché non asciuga. Unire mezzo litro di brodo di carne (se il brodo non è sufficiente, aggiungere acqua fino al completamento del mezzo litro). Quindi, aggiungere il peperoncino in polvere, il sale e gli spinaci. Dopo 5 minuti, aggiungere il resto del brodo e la carne cotta. Poi cuocere la minestra a fuoco medio per 20 minuti.

Potete servire la zuppa con del semolino a contorno.

(ricetta da foodconnectpeople.it)

“Tereza, la figlia adottiva di Yaya, stava per tuffarsi nella sua ciotola di stufato con eba ed egusi, e aveva tra le dita un curioso strumento che a lei ricordava un uovo.”

KENKEY: gli gnocchi ghanesi

Foto di Dromo Tetteh

“Ci sedemmo e divorammo una ciotola di kenkey, con pesce fritto, polpa di pomodori e pepe.”

Kenkey

Durante una passeggiata tra i quartieri colorati di Accra, Hassana e Amerley dividono, da brave amiche, una gustosa ciotola di kenkey.
Amerley è la prima vera amica di Hassana. Insieme fanno compere, parlano di tutto, si informano sulle battaglie e i temi del loro tempo. Sono effervescenti e curiose.

Il Kenkey è una preparazione base simile agli gnocchi a lievitazione naturale. Il piatto è originario delle regioni dell’Africa occidentale e viene solitamente servito con salsa al pepe e pesce fritto oppure con zuppa o stufato.
È una pietanza di farina di mais e amido di mais ammorbidito con acqua calda e lasciato a fermentare un paio di giorni. In seguito, il composto viene diviso a metà. La prima metà, cui viene aggiunta a poco a poco dell’acqua, viene cotta finché non raggiunge la consistenza desiderata. La metà rimasta cruda viene anch’essa sciolta in acqua calda e poi unita alla prima. Dall’impasto ottenuto si ricavano quindi delle palline che vengono avvolte in foglie di mais e cotte al vapore.

Ecco una ricetta un po’ più “moderna” per preparare il vostro kenkey!

Ingredienti:

100 grammi di farina di mais fine
100 grammi circa di acqua
Paprika
Carta forno
Spago
Peperoncini verdi
Peperoncino piccante
Pomodori

Procedimento:

In un recipiente unire acqua e farina e lasciar lievitare per due giorni d’estate (in inverno tre).
1. Il terzo giorno, prelevare una parte dell’impasto e cuocere in acqua in un pentolino per circa 10 minuti mescolando con un cucchiaio. Si otterrà un impasto molliccio che va unito alla parte fredda e versato su di una spianatoia. Lavorare con le mani, aggiungere paprika dolce finché non si addensa (se necessario utilizzando po’ di farina), dividerlo in panetti e avvolgerli in carta forno legandoli con uno spago oppure in foglie di banano.
2. Riempire un tegame d’acqua e sistemare sopra una gratella dove vanno posizionati i panetti. Cuocere per un’ora, massimo un’ora e mezza, più sono piccoli e meno tempo occorre.
3. Preparare i peperoncini:
pulire i peperoncini e cuocerli in padella con qualche cucchiaio di pomodorini, olio e peperoncino piccante.
4. Servire il pane con i peperoncini

(ricetta da giallozafferano.it)

MOQUECA DE PEIXE
Moqueca de peixe

Questo piatto brasiliano è protagonista di una cena dolce e malinconica tra Husseina e Joaquim, un ragazzo conosciuto a Bahia che le piace molto. Al piacere di stare con lui, si accompagna la consapevolezza di doverlo lasciare presto: Husseina sta infatti per partire alla ricerca di Hassana.
Scopriamo insieme questo piatto, chissà che non sia un buon suggerimento per una cena romantica!

La Moqueca de peixe è un antico piatto brasiliano a base di pesce e verdure, tipico della zona orientale del Brasile e specialmente di Bahia. Secondo la ricetta tradizionale, i filetti di pesce (merluzzo, platessa o pesce spada) devono essere prima marinati e poi stufati in un tegame con peperoni, pomodori, latte di cocco, olio di palma e spezie. La zuppa viene servita accompagnata da riso bianco bollito. Nonostante esistano numerosissime varietà di questa ricetta, la moqueca Bahiana è una delle versioni regionali più famose.

Ingredienti:

800 g di pesce spada (merluzzo o platessa)
2 peperoni
4 pomodori
2 cipolle
2 spicchi d’aglio
sale q.b
pepe q.b
olio extravergine d’oliva q.b
100 ml di latte di cocco
prezzemolo q.b
coriandolo q.b
chiodi di garofano q.b
1/2 bicchiere di succo di limone

Procedimento:

Pulite tutte le verdure, tagliate le cipolle a fettine sottili, i pomodori a rondelle e i peperoni a listarelle.
Preparate un’emulsione a base di latte di cocco, olio di palma e succo di limone. In una ciotola disponete i filetti di pesce, unite i pomodori, i peperoni, la cipolla, il prezzemolo tritato, i chiodi di garofano, gli spicchi d’aglio e bagnate il tutto con l’emulsione. Lasciate marinare i filetti di pesce per circa un’ora.
Trasferite tutti gli ingredienti in un tegame e fate cuocere a fuoco lento per circa 30 minuti girando di tanto in tanto. Cuocete altri 5 minuti dal momento dell’ebollizione e regolate di sale e di pepe.
Servite la moqueca ancora calda completando con coriandolo fresco e un giro d’olio.

(ricetta da agrodolce.it)

Foto di Luca Nebuloni

“Cenarono, con moqueca de peixe, poi Joaquim portò Vitória fuori e la fece salire sul tetto, sotto un cielo non del tutto limpido, ma screziato di nubi che lasciavano intravedere le stelle. Joaquim stese una coperta sui mattoni rossi, e si sdraiarono, con il naso all’insù.”

IL CARURU: piatto sacro del candomblè
Caruru

“Ogni giorno da allora in poi lei dovette imparare danze e canzoni sia per Yemanjá che per Ibeji, e i cibi che li avrebbero resi felici. Quelli di Yemanjá erano perlopiù bianchi: riso, grano, noci di cola bianche e cipolle. Ibeji amava i dolci, il riso, il pollo e una salsa densa a base di gombo, il caruru.”

Caruru

Hassana a Bahia entra in contatto con una nuova religione: il candomblè, e insieme ai riti ne scopre anche i cibi sacri! Come il Caruru.

Si prepara con un vegetale, il gombo, che viene tagliato a fettine e fritto con erbe varie: cipollina, peperoncino, aglio e altre spezie. È generalmente accompagnato da carne bianca, pollo o pesce, che può essere cucinata a parte o fritta insieme.
È utilizzato sia come ripieno per il cibo dei venditori ambulanti nelle strade di Bahia che come contorno per le portate principali.

Scopriamo una delle ricette possibili, a base di gamberetti!

Ingredienti:

Olio di palma
Aglio
Cipolla
Zenzero
Gombo
Gamberetti
Anacardi
Lime

Procedimento:

Occorre, per prima cosa, scaldare l’olio di palma in una padella larga con aglio e cipolla, che devono soffriggere finché non si ammorbidiscono; poi aggiungere lo zenzero e il gombo. A questo punto si possono mettere i gamberetti e gli anacardi per cinque minuti e continuare a cuocere. Se il composto diventa troppo denso si può aggiungere succo di lime e lasciare cuocere finché i semi di ocra da bianchi non diventano rosa. Naturalmente, da servire caldo.

Per il prossimo rito candomblè, o per una gustosa cena afrobrasiliana!

(ricetta da fragolosi.it)

LE NOCI DI COLA

“La svolta nella mia storia arrivò al culmine della stagione delle noci di cola. Come sempre, Wofa Sarpong ci aveva fatto salire in cima a un numero incalcolabile di alberi. Noi piccoli – i suoi figli, e quelli che aveva comprato – ci arrampicavamo come lucertole, cercando di distanziarci per raccogliere più noci possibile.”

Noci di cola

Questi piccoli frutti colorati compaiono spesso nelle storie di Hassana e Husseina. Anche se la raccolta è molto faticosa, la noce di cola è un ingrediente usato in molti piatti tradizionali e si trova spesso nei banchi dei colorati mercati africani. Un alimento così diffuso e caratteristico da essere addirittura al centro di un modo di dire che Yaya, la “tutrice” di Husseina, usa per difendere la ragazza. “È una persona, non una noce di cola!”.

La noce di cola è il frutto di diverse specie di piante dell’Africa Occidentale e dell’Indonesia. Nelle tribù africane viene masticato spesso durante riti e cerimonie per il suo valore simbolico. È infatti un segno di “benvenuto” per gli invitati o di amicizia e intesa raggiunta. Oggi è utilizzato soprattutto per preparare bibite molto conosciute come la cola e altri prodotti alimentari.

Le Noci di Cola
SAPORI DI STRADA

Immergiamoci nei sapori di strada di Accra e di Salvador a Bahia con questi due video di Mark Twiens

OFAM: torta al platano e spezie
Ofam

Volete portare in tavola un sapore diverso a Pasqua o in qualche occasione speciale?
Ayesha Harruna Attah ci ha suggerito un tipico dolce ghanese: Ofam
Scopriamo di cosa si tratta!
È una torta ghanese fatta di platano molto maturo con spezie e olio di palma. Può essere mangiata come dessert, piatto principale, contorno o come snack in ogni occasione.

Ingredienti: 

2 platani molto maturi
1/2 cipolla rossa di medie dimensioni ( lo scalogno è un’ottima opzione)
un piccolo pezzettino di Kpakposhito o peperoncino Scotch Bonnet (a seconda del proprio gusto)
5 g di zenzero fresco (la dimensione di un pollice o a tuo piacere)
4 chiodi di garofano
1 tazzina di farina autolievitante
1 cucchiaino (circa 5 g) di gamberi in polvere o di gamberetto Maggie
1/2 cucchiaino di sale
1 cucchiaino di lievito in polvere
1 cucchiaio di olio di palma

Preparazione: 

1. Regola il forno a 200 gradi
2. Ungi una teglia con l’olio di palma
3.Sbuccia a taglia la cipolla e lo zenzero. Mettili in un mixer o in un frullatore, tradizionalmente vengono macinati in un mortaio di terracotta chiamato asanka. Se possiedi un’asanka è meglio utilizzarlo poiché il sapore e la consistenza che si ottiene è ottima. Aggiungi il peperoncino Scotch Bennet e i chiodi di garofano e macina fino ad ottenere una miscela liscia.
4.Sbuccia i platani e tagliali a pezzi. Aggiungili al mix di cipolla e macina tutto insieme. L’ideale sarebbe ottenere una miscela densa e grumosa. Macinare troppo renderebbe la miscela molto fluida. L’asanka è ottima per dare una corretta consistenza.
5. Ora aggiungi il sale e la polvere di gamberi (o di gamberetto Maggie) a tuo piacere.
6. Aggiungi la farina e mischia bene
7. Aggiungi ora l’olio di palma e mescola fino a che si incorpori bene
8. Aggiungi il lievito in polvere e continua a mescolare.
9. Versa il composto nella teglia preparata in precedenza
10. Metti in forno a cuocere.
11. Quando è completamente cotta, se inserisci all’interno uno spiedino, uscirà pulito.
12. Togli dal forno la torta e lascia raffreddare per un po’ prima di rimuoverla dalla teglia
13. Servi l’ofam con uova sode e frutta secca.

@ricetta da Aftrad Village Kitchen

IL GRANDE AZZURRO

Riti, costumi, danze di due culture non troppo lontane

Hassana cresce in Ghana, dove conosce diversi villaggi, tradizioni, e modi di vivere.
Husseina viene condotta in Brasile, dove scopre ciò che lega la Nigeria di Lagos al Brasile di Bahia: la storia, la cultura e la religione di due territori lontani ma vicini.

Scopriamo attraverso i loro occhi la cultura e la storia dei due paesi.

HOMOWO: la festa del raccolto
Homowo: festa del raccolto

Foto di Benson Ibeabuchi

“Ogni mese di agosto, gli abitanti di Accra, i ga, celebravano Homowo, per ricordare il momento della loro storia in cui, dopo un lungo periodo di carestia, era ricominciato a piovere.”

Ad Accra Hassana assiste alla festa del raccolto tipica della cultura ghanese.

Questa celebrazione inizia a maggio con la semina, prima che arrivi la stagione delle piogge. Il nome Homowo letteralmente significa “gridare per la carestia”.
Durante i primi mesi di celebrazione, è vietato produrre rumori forti, poiché si pensa che questi possano rovinare il raccolto o infastidire le divinità.
Quando arrivano le piogge, iniziano i festeggiamenti veri e propri, con balli tradizionali come il Kpanlogo dove si segue il ritmo di tamburi suonati a due mani, insieme ai nono, campanelle metalliche e ai fao, sonagli di zucca.
In un particolare giorno di celebrazioni si tiene la parata dei gemelli che sfilano vestiti di bianco in mezzo alla folla festante.

Se volete vedere un Kpanlogo, ne trovate un esempio in questo video.

KWASIDA: la domenica

Hassana ama la domenica, perché è la giornata in cui al villaggio di Abetifi si legge la Bibbia, e lei ha da poco scoperto il piacere della lettura. Inoltre, è proprio domenica quando sente per la prima volta la storia dei due gemelli: Esaù e Giacobbe.
Due ntafuuo (così si dice “gemelli” in lingua akan) proprio come lei e sua sorella Husseina.

Nella cultura akan ogni giorno della settimana ha un significato particolare.
Edwoda (lunedì): giorno della pace e della calma;
Benada (martedì): giorno dell’oceano;
Wukuada (mercoledì): giorno del ragno o della mortalità;
Yawda (giovedì): giorno della Terra e dell’energia;
Fida (venerdì): giorno della fertilità;
Memeneda (sabato): giorno di Dio;
Kwasida (domenica): giorno del tutto, dell’universo.
Il calendario akan è diviso in mesi, composti da circa sei settimane, e prevede che l’anno consista in nove mesi da quaranta/quarantadue giorni, per un totale, con vari aggiustamenti e calcoli, di trecentosessanta giorni.

Kwasida

“Kwasida, la domenica, diventò il mio giorno preferito. C’era un altro uomo bianco – noi lo chiamavamo Osofopapa, Richard lo chiamava ‘prete’ – che la mattina girava per il villaggio facendo tintinnare una specie di bicchierino di metallo capovolto, per invitare noi bambini e gli adulti a seguirlo. La prima volta che lo seguii, lo feci perché Richard aveva detto che avrei imparato cose di un dio che è buono.”

Gli SHOKOTO e l’AGBADA
shokoto-e-agbada

“Nemmeno un minuto dopo, Baba Kaseko si trascinò fuori dalla sua stanza, annodandosi gli shokoto ingrigiti sotto il ventre piatto, e scrostandosi gli occhi pieni di sonno.”

Baba Kaseko è uno degli schiavisti africani che compaiono nel romanzo.

Indossa gli shokoto, pantaloni tradizionali stretti alle caviglie che costituiscono la parte inferiore di un abito maschile molto formale diffuso in Africa occidentale e settentrionale, l’agbada.
Oltre agli shokoto, il completo prevede una maglia a maniche lunghe dello stesso colore dei pantaloni e un ampio camice impreziosito da raffinati ricami. In origine era indossato dai tuareg e da altre popolazioni che commerciavano nelle regioni del sahara e del sahel, per proteggersi dalle cocenti temperature diurne e dal gelo della notte. Completa l’abito un turbante, l’alasho, che lascia scoperti solo gli occhi.
Oggi l’agbada in alcuni gruppi etnici è diventato lo status symbol di persone di alto rango, e viene indossato anche durante importanti cerimonie religiose. La versione femminile di questo abito è il kaftan, al quale si abbina spesso un foulard leggero.

BATAKARI: il vestito tradizionale ghanese

L’indumento che sta indossando il sergente Osman è il batakari.

Si tratta di una camicia larga maschile a righe tipica del Ghana, originariamente utilizzata da re e potenti nel Nord del paese. Assieme al kente, originario invece del Sud, è il vestito tradizionale ghanese, solitamente indossato con il cappello kufi o con il fez (quest’ultimo soprattutto dai capi tribali). Oltre che l’indumento, il termine può identificare anche il tessuto: esistono quindi anche altri capi di vestiario batakari, come per esempio pantaloni larghi.

Batakari

“Il sergente Osman indossava la stessa divisa che gli avevo portato, ma non era più impeccabile e immacolata, bensì impolverata e con i polsini tutti lisi e sfilacciati, e al posto dei pantaloni aveva un batakari a righe bianche e blu.”

LA JANGADA
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Foto di Otávio Nogueira

“Giunti alla riva, Joaquim spinse in acqua la jangada, che sembrava una zattera ma con le vele bianche.”

L’acqua è la grande paura di Husseina. Ma quando Joaquim la adagia su una strana zattera con le vele bianche, si sente leggera e, insieme a lui, riesce ad affrontare l’azzurro che la spaventa.

Volete saperne di più su questa tipica imbarcazione brasiliana?
La Jangada è uno dei simboli del Brasile, tanto che alcuni stati ne hanno fatto il loro logo.
È una piccola barca, costruita con legni massicci e durissimi, ha una vela latina fissa ed è caratterizzata da una chiglia mobile e piatta per sovrastare le onde.
È l’imbarcazione tipica dei pescatori e dei traghettatori brasiliani, così celebre da essere al centro del romanzo d’avventura di Jules Verne intitolato proprio La jangada. La maggior parte del romanzo (pubblicato nel 1881), infatti, si svolge a bordo di un’imbarcazione di questo tipo.

Il CANDOMBLÈ: riti afro-brasiliani

Seguendo la storia di Husseina e il suo viaggio tra Lagos e Bahia, conosciamo una religione molto particolare, il Candomblè, nata proprio a partire dalla storia coloniale dell’Africa e del Brasile.

Il Candomblè è una religione sincretica portata dagli schiavi africani in Brasile e diffusasi in Sudamerica nel Diciassettesimo secolo, nata dalla fusione del culto degli orixá con il cristianesimo.
Alla base di questo culto ci sono una profonda fede nelle energie superiori della natura e la convinzione che si debba ricercare un rapporto armonioso fra l’uomo, l’universo e la società. Tale equilibrio si raggiunge attraverso la pratica di determinati sacrifici e riti, che consistono proprio nel culto degli orixá. A essi sono associati determinati colori, attività umane, tipi di alimenti, erbe mediche, ecc.
Gli orixá trasmettono agli umani l’axé, l’energia universale che è in tutte le cose e in tutti gli esseri viventi.
Durante i riti del Candomblè il prescelto, di solito una donna, viene posseduto dalla sua divinità protettrice ed entra in una trance mistica per qualche secondo. Gli orixá, in questo modo, cercano di entrare in contatto con il mondo terreno.
Proprio quello che succede nel romanzo a Husseina durante un rito Candomblè.

“Non seppe che effetto facesse danzare nei meravigliosi abiti bianchi e blu della dea del mare, perché era completamente posseduta dall’orixá.”

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Foto di Andrè Koehne

“Quando Husseina aveva chiesto il perché, Tereza aveva risposto che era grazie all’axé, la forza vitale, di quel luogo di culto e del candomblé. La vita poteva permettersi semplicemente di essere”

L’ATABAQUE e lo SHEKERE: la musica sacra del Candomblè

“Prima di sera, si erano tutte cambiate, e indossavano abiti bianchi con lunghe gonne che sfioravano terra. Poi arrivarono tre ragazzi. Due di loro presero posto dietro gli atabaque, tamburi di legno cilindrici con il corpo rivestito di corde incrociate; uno invece scuoteva lo shekere, che prese vita col tintinnio di centinaia di conchigliette contro la zucca vuota.”

Musica e spiritualità nella cultura del Candomblè sono profondamente legati. Ecco gli strumenti musicali che compaiono durante una cerimonia sacra in un tempietto di Salvador de Bahia.

Scopriamo questi strumenti musicali!

L’atabaque è un tamburo di legno cilindrico o leggermente conico con la bocca coperta da cuoio di bue, di cerbiatto o di capra. Arriva in Brasile grazie agli schiavi africani ed è uno strumento usato in quasi tutti i riti religiosi afro-brasiliani tipici del Candomblè. Le pelli utilizzate sono quelle degli animali offerti agli orixá, e anche il cilindro segue un rituale religioso nella sua realizzazione. Bisogna suonarlo con le mani, con due bacchette oppure con una bacchetta e una mano, dipende sia dal ritmo che dal tamburo che si sta suonando.

Lo shekere invece è costituito da una zucca, svuotata e lasciata essiccare per mesi. La zucca viene poi levigata e rivestita da una retina a maglia quadrangolare, ai cui vertici sono annodate perline, conchigliette, sassolini, semi o simili.

Vuoi ascoltare la musica prodotta da questi strumenti? Clicca qui sotto!

YEMANJÁ: Dea degli oceani

“Il mare era il dominio di Yemanjá e, per quanto talvolta sapesse distruggere, era anche fonte di prosperità”

Husseina dopo aver partecipato ai riti di iniziazione Candomblè viene spesso chiamata figlia di Yemanjá.

Yemanjá secondo la credenza tradizionale, è la regina del mare e degli oceani, nata dalla spuma come Venere. Protettrice delle donne incinte e della fertilità.
Si invoca per protezione e purificazione, chiedendone la manifestazione nel suo aspetto più materno.
Nelle immagini che la rappresentano, indossa una lunga veste azzurra intessuta con ricami e sorregge un ventaglio adornato di conchiglie. La leggenda narra che, dopo essere stata violentata dal figlio Orungan, Yemanjá si sia difesa da una seconda aggressione dando origine a quindici orixá dal proprio ventre.

CARTOLINE DAL GRANDE AZZURRO

In viaggio con Hassana e Husseina tra Costa d’Oro e Bahia

COSTA D’ORO: l’attuale Ghana

“«Ti restano i pulcini» disse Wofa Sarpong. «Cresceranno e ti faranno le uova. Quanto a questa qui… chi se la compra una testa dura come questa».
«I bianchi sul Volta prendono ancora di tutto» disse Dogo. «Sulla Costa d’Oro non c’è più mercato. Ora vado a est».”

Mentre il destino di Husseina la porta nel Brasile di Bahia, Hassana conosce la Costa d’oro, spostandosi dal piccolo villaggio di Abetifi fino alle grandi città di Accra e Cape Coast.

La Costa d’oro corrisponde al territorio dell’attuale Ghana. Il nome, usato ancora oggi, le fu dato per via dei suoi ricchi giacimenti auriferi. I primi europei ad arrivarci furono i portoghesi negli anni Settanta del Quattrocento; da allora diverse potenze del Vecchio Continente si contesero il controllo sulla zona: olandesi, svedesi, danesi e inglesi.
A inizio Seicento la Costa d’Oro diventò uno degli snodi più importanti della tratta internazionale degli schiavi. Da metà Ottocento fu di dominio esclusivo degli inglesi; poi, le popolazioni locali ottennero definitivamente l’indipendenza sotto il nome di Ghana.

KINTAMPO

“Richard mi aveva spiegato che le persone con la pelle come la mia erano chiamati ‘neri’, mentre quelli con la pelle senza colore erano chiamati ‘bianchi’. Io non ero d’accordo, dal momento che la mia pelle era più rossiccia che nera, mentre la gente di questa zona di Kintampo era di un marrone intenso. Quanto ai cosiddetti bianchi, secondo me erano rosa. Quando glielo avevo detto, si era messo a ridere.”

Dopo essere stata strappata dal suo villaggio per essere venduta come schiava, Hassana incontra a Kintampo per la prima volta una persona bianca, Richard, che la aiuta e la protegge.

Sapete perché è celebre Kintampo? Per le sue meravigliose cascate immerse nel verde della foresta che attraggono visitatori da tutto il mondo. Nascoste dalla vegetazione, cadono sul fiume a più di 70 metri di altezza. Sono tra le più alte nel Bono ovest del Ghana. Conosciute come Sanders Falls, si trovano sul fiume Pumpum, a circa 4 km a nord di Kintampo città, sulla strada Kumasi-Thamale.

Kintampo

Foto di Sandister Tei

ABETIFI

“Dopo un viaggio di circa tre giorni, raggiungemmo Abetifi, che, con mio profondo sgomento, si trovava in una conca ai piedi di montagne molto più alte di quelle che avevamo appena lasciato. Ma le montagne potevano muoversi e cadere? E se fosse arrivato un vento fortissimo e le avesse abbattute? In quel posto nuovo non mi sentivo per niente tranquilla.”

Da Kintampo, con l’aiuto di Richard, Hassana arriva ad Abetifi.

Qui Hassana conoscerà la vita e i principi della Basel Mission Trading Company, missione svizzera a carattere evangelico che, tra il 1828 e il 1918, promosse la creazione di scuole e l’alfabetizzazione e introdusse nuovi sistemi agricoli e vari progetti economici nella Costa d’oro. Il Reverendo Fritz Ramseyer, personaggio storico come il resto della sua famiglia, fu un missionario attivo nella regione dell’Ashanti nella seconda metà dell’Ottocento. Venne rapito dagli ashanti insieme alla moglie Rosa Louise e ad altri membri dello staff della sua missione di Kumasi, e rimase prigioniero per cinque anni.

Nella foto vedete la Presbyterian Church fondata e costruita dal reverendo nel 1876, traccia dell’influenza che questa missione ebbe sui territori della Costa d’oro.

ACCRA

Hassana parte con zia Rose nel cuore della notte per raggiungere Accra. Solo una tappa in più del suo viaggio in cerca di sua sorella Husseina. Ma è la sua prima volta in una città così piena di persone.

Accra è la capitale del Ghana e, ancora oggi, la città più popolosa del paese. Centro commerciale, industriale e culturale del Paese, sede dell’Università, della Biblioteca e del Museo Nazionale. È interessante sapere che il museo nazionale ospita l’artigianato colorato e variegato della cultura delle tribù ashanti degli akan, proprio le tribù e la cultura protagoniste di questo romanzo.

È una città che vive di contrasti: coesistono le più antiche tradizioni tribali e nuove spinte verso la modernità.

Foto di Muntaka Chasant

“Accra sembrava un luogo folle, soprattutto perché ero esausta dal viaggio. C’era più gente di quanta ne avessi mai vista in nessun altro luogo. C’erano case più grandi di quella della missione, e ce n’erano tante”

CAPE COAST: l’attivismo di Hassana
Cape Coast

“Cape Coast non era nei miei progetti. Ma forse c’era una ragione per cui spuntava adesso nella mia vita. Mi offriva l’opportunità di prender parte a movimenti stimolanti, come quello delle Donne native di Cape Coast, per esempio, oppure l’Associazione per i diritti dei nativi della Costa d’Oro.”

A Cape Coast Hassana diventa un’attivista.
Iscriversi alle associazioni volontarie per lei vuol dire combattere per le proprie terre.
Le due associazioni che nomina sono esistite realmente e connotano la fervida storia culturale della città di Cape Coast.

La prima è la Gold Coast Aborigines’ Rights Protection Society: associazione culturale e politica fondata a Cape Coast nel 1897 per dare voce alle popolazioni locali contro il tentativo di esproprio delle terre comuni da parte del governo britannico, attuato con l’emanazione delle Leggi sulla terra del 1894 e del 1897.
La seconda è la Native Ladies of Cape Coast: un’associazione di donne volontarie nata per trovare finanziamenti per armi e munizioni destinate all’esercito della Costa d’Oro (sostenuto dal governo britannico) durante la guerra contro gli ashanti del 1873-74.

Situata nella regione centrale ghanese, in precedenza territorio degli ashanti, Cape Coast fu fondata sul Golfo di Guinea dai portoghesi nel 1610. Nel Seicento subì varie dominazioni, prima di finire sotto il controllo degli inglesi, che ne fecero la capitale della colonia della costa d’oro fino al 1877, quando l’amministrazione fu spostata ad Accra. Per diversi anni Cape Coast rimase il maggiore e più fervente centro culturale della zona: lì ebbero sede diversi movimenti e associazioni popolari e i più importanti giornali di stampo nazionalista degli ultimi decenni dell’Ottocento.

SALAGA: il mercato degli schiavi

Husseina, dopo essere stata strappata al suo villaggio, viene portata a Salaga e acquistata come schiava da Baba Kaseko. Inizia qui il viaggio che la porterà oltre il grande azzurro dell’oceano.
È proprio Salaga, con il suo grande mercato di schiavi, l’ambientazione che dà il titolo al primo romanzo di Ayesha Harruna Attah, I cento pozzi di Salaga.
Dove conosciamo Hassana e Husseina bambine e soprattutto la sorella maggiore, Aminah, protagonista del romanzo insieme a Wurche, una principessa guerriera.

Situato nel Nord dell’attuale Ghana, dal Cinquecento, il mercato di Salaga è uno dei più importanti dell’Africa occidentale. In origine si commerciavano generi alimentari come le noci di cola, animali, tessuti e metalli preziosi, ma dal Diciottesimo secolo divenne uno dei principali snodi della tratta degli schiavi interna e triangolare.

Salaga

“E non pianse quando finì sul mercato di Salaga, e nemmeno quando Baba Kaseko indicò col dito lei e altri cinque, e li portò lungo il fiume velocissimo dove talvolta gli elefanti d’acqua nuotavano accanto alla barca.”

LAGOS: i colori del mercato di Agarawu
Lagos

“A Husseina piaceva particolarmente il rumore di quel posto. Migliaia di voci che si rincorrevano per il miglior affare, ancora di più che cercavano di piazzare le loro mercanzie. Il battito di tamburi lontani. Il belato di pecore e capre, probabilmente legate le une alle altre, in attesa di essere vendute come carne. Canti a squarciagola, quasi certamente di qualcuno la cui mente stanca di questo mondo aveva trovato un nuovo posto in cui vivere.”

A Lagos Husseina incontra Yaya che la sottrae dalle grinfie dello schiavista Baba Kaseko. Qui Husseina cambia nome, conosce una nuova religione, il Candomblè e le sue divinità, gli orixá, e va spesso al coloratissimo e affollato mercato di Agarawu.

Lagos è la città più grande dell’Africa. Il suo nome deriva dal portoghese Laguna. Fino al 1991 è stata la capitale della Nigeria. Sapete che esiste ancora oggi il grande mercato che impressionava Husseina? Oggi si chiama mercato di Balodun e ha le stesse caratteristiche. Affollatissimo di persone, colori, tessuti, oggetti tra i più diversi. Non esistono prezzi fissi, ecco perché è ancora famosa per il gran vociare!

SALVADOR DE BAHIA

Salvador de Bahia è una città importante per Husseina. Anzi per Vitoria (il suo nuovo nome). In questa città Husseina si spoglia del suo passato, come un serpente che cambia pelle, e si getta in un mondo nuovo. Impara a vivere con Yaya, a lavorare, e conosce un primo amore, Joaquim.

Husseina dice che Salvador de Bahia raccoglie tutte le sfumature del mondo radunate in un solo posto. E c’è un motivo.

È una città che ha nel proprio passato una forte storia coloniale. Come prima capitale del Brasile, Bahia fu testimone del miscuglio culturale ed etnico tra europei, africani e amerindi, e fu sede del primo mercato di schiavi del Nuovo Mondo dal 1558 in poi. La popolazione attuale di Bahia riflette quindi la mescolanza di queste tre etnie.

Viene chiamata dai suoi abitanti anche solamente Bahia, nome poi usato per l’intero stato di cui è capitale. Fondata nel 1549 da Tommaso de Sousa, primo governatore generale del Brasile, fu sede del governo della colonia fino al 1763, quando la capitale fu trasportata a Rio de janeiro. A Bahia è legata la storia di oltre due secoli del Brasile coloniale, durante i quali è stato il mercato più importante e il porto più attivo del Brasile.

Salvador de Bahia

“Salvador de Bahia era il cuore giallo di un fiore. Era l’attimo dopo la pioggia, quando il sole brilla a tutta forza. Era tutte le sfumature di pelle al mondo, radunate in un unico posto.”

CURIOSITÀ STORICHE SUL GRANDE AZZURRO

La tratta interna

“«Questa qui ha la testa durissima. Mi darà solo problemi. Prenditela».
«Non ho nulla, per pagarti. Soltanto del sale, forse».
«Va bene».
Wofa Sarpong balzò giù dal carretto e mi trascinò per le orecchie, per poco non caddi, ma feci uno sforzo per ricompormi e restare in piedi.”

L’immagine di Hassana, portata come merce su un carretto carico di noci di cola, per essere venduta a un nuovo padrone, e la sua storia, raccontata da Ayesha H. Attah, ci offrono l’occasione di conoscere il fenomeno della tratta interna africana.

In Ghana e in altri paesi africani della costa occidentale, infatti, la schiavitù era praticata già nell’Ottavo/Nono secolo d.C., ben prima dell’arrivo dei colonizzatori europei. Spesso era associato allo scambio di sale, noci di cola e altre merci.
Pur occupando il più basso livello nella società, inizialmente gli schiavi non erano considerati pura merce di scambio e talvolta avevano la possibilità di ritornare liberi.
Gli africani, contrariamente a quanto si possa pensare, non furono tra i maggiori sostenitori dell’abolizione della schiavitù: anzi, furono i colonizzatori stessi, a metà Ottocento, ad aprire il dibattito che portò poi, in anni diversi a seconda dei paesi, all’abolizione della tratta. Fino ai primi decenni del Novecento, alcuni paesi africani a governo locale come l’attuale Niger, l’Etiopia, la Somalia e altri paesi più settentrionali contavano tra la popolazione un alto numero di schiavi.

Gli AGUDA: tra Brasile e Nigeria

“Tereza era piuttosto una sorella maggiore, per lei. Le spiegò che, una volta andata via, sarebbe diventata una aguda, come lei. Una che era stata portata via da casa. Allora, avrebbe voluto ribattere Husseina, lei era già una aguda, ma si morse la lingua”

Aguda è una parola importante in questo romanzo. È proprio il mondo degli aguda quello con cui Husseina viene in contatto a Lagos e a Bahia, la loro storia, le loro istanze, la loro spiritualità.
Yaya, e con lei sua figlia adottiva Tereza, sono aguda.

Questo termine indica i brasiliani che vivono in Nigeria, ovvero la prima generazione di discendenti degli africani deportati in Brasile come schiavi, poi liberati e tornati in madrepatria, dove importarono alcune usanze, credenze e pratiche sudamericane.
Infatti, dopo la ribellione del 1835 di Bahia, molti degli schiavi africani diedero vita a un movimento di ritorno verso la costa occidentale dell’Africa. Nel golfo del Bénin, questi schiavi tornati in Africa si stanziarono nelle città di Agoué, Ouidah, Porto Novo e Lagos e qui, unendosi ai mercanti di schiavi portoghesi e brasiliani, formarono una comunità afro-brasiliana, nota come aguda.

La Rubrica delle Signore: il femminismo di Hassana

“Poi un giorno mi imbattei in un pezzo sul «Western Echo», dal titolo “La rubrica delle signore”. Era in parte macchiato di olio di palma, ma riuscii a capire che chiedeva alle donne di non aver troppo a cuore il ruolo di esperte in economia domestica… il Diciannovesimo secolo chiamava verso più rilevanti e grandiosi obiettivi… primo fra tutti, coltivare il proprio intelletto.”

Nel libro per Hassana crescere corrisponde anche a prendere consapevolezza del proprio tempo. Soprattutto dopo le esperienze e gli incontri fatti ad Accra, leggendo articoli e dibattiti sul destino delle sue terre, Hassana sente di voler avere voce in capitolo.
La Rubrica delle signore, menzionata nel romanzo, fu una rubrica apparsa sul «Western Echo» tra il 1885 e il 1887.
La rubrica si rivolgeva direttamente alle donne africane, invitandole ad agire con indipendenza – facendo leva sui modelli storici della regina Boudicca, di Giovanna d’Arco, di Florence Nightingale –, a liberarsi dalla morsa del patriarcato e a farsi trovare pronte alle nuove sfide e opportunità di fine secolo, e incoraggiando la difesa della femminilità e la lotta di genere attraverso la scrittura.

Se volete continuare ad approfondire queste tematiche vi cosigliamo la lettura di questo articolo

tratto dal blog di Urban History del The Metropole

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