Oltre le pagine di… La libertà è un passero blu

LA LIBERTà è UN PASSERO BLU
di Heloneida Studart

Traduzione di Amina Di Munno

Heloneida Studart

Heloneida Studart, grande scrittrice brasiliana, è stata anche una figura fondamentale nella vita politica del suo Paese. Pioniera del femminismo, ha lottato tutta la vita per i diritti civili, contro la dittatura, vivendo per questo anche la dura esperienza del carcere nel 1969. Fondatrice del Centro da Mulher Brasileira, prima istituzione femminista del paese, e del Centro Estadual dos Direitos da Mulher (Cedim). Per ben sei volte deputato dello Stato di Rio de Janeiro per il Partito Democratico, nel 2005 è stata inclusa nell’iniziativa collettiva “1.000 donne” per il Premio Nobel per la Pace. Alla sua morte, nel 2007, il governatore di Rio ha disposto tre giorni di bandiere a mezz’asta in suo onore. Ogni anno una personalità della cultura brasiliana riceve il premio Diploma Heloneida Studart, istituito in sua memoria.

Rio De Janeiro e i luoghi del libro

Zoomma sulla mappa, clicca sulle copertine per scoprire i luoghi del libro!

Le Favelas brasiliane

Le favelas, tipiche baraccopoli che colorano la periferia di Rio de Janeiro, sono state costruite con mattoni e materiali di scarto negli anni 70, nel periodo del boom dell’edilizia della città, per dare una casa ai tantissimi lavoratori poveri accorsi da tutto il Brasile in cerca di fortuna. Ancora oggi rappresentano un luogo molto controverso, da una parte uno dei simboli della città, dall’altra territorio di degrado, povertà e criminalità, che ospita più di 11,4 milioni di persone, circa il 6% della popolazione brasiliana. È proprio nei quartieri più poveri di Rio che Joao si sente a proprio agio, ed è a partire dai momenti passati in compagnia degli abitanti delle casupole sporche e sbilenche che nasce la riflessione sulle profonde differenze che marcano la società brasiliana. Allo stesso modo, la contrapposizione ricchi/poveri caratterizza anche i discorsi del padre della protagonista, un umile impiegato postale per cui non ci sono santi che tengano. Non c’è san Cipriano né il maestro Malunguinho. Ci sono solo i poveri e i ricchi.

«Andavamo nei quartieri poveri. Lì, lui si sentiva a suo agio. Entrava nelle casupole sporche e sbilenche, giocava a biliardo in quelle piccole bettole, piene di zecche e mosche. Accarezzava il viso dei bambini che mangiavano fango e avevano l’ombelico grande come un limone. “Loro pagano per tutto, Calunguinha”. Mi spiegava dettagliatamente che i poveri pagano per tutto. Non si compera un gioiello, una macchina ultimo modello, non si prende un biglietto per l’Europa senza che loro ricevano il conto. Pagano per tutto: dalle candele dell’altare ai vestiti firmati».

I colori della natura brasiliana

Un volo tra la flora e la fauna di La libertà è un passero blu

 

La flora sudamericana

Bogari
Il bogari (Jasminum sambac) è un arbusto rampicante con fiori dal profumo intenso. Di solito coltivato per il suo valore ornamentale.

«Ma a mezzogiorno, quando Meméia scendeva per innaffiare i suoi alberi di pitanga e le farfalle gialle svolazzavano sui vasi di bogari, lei aprì gli occhi all’improvviso e chiese un po’ di brodo di pollo».

Caja

Il cajá (dal tupi aka’ya) è un frutto acidulo dell’albero della cajazeira, molto frequente nelle terre dell’Amazzonia, da cui si possono realizzare succhi o, come nel caso del romanzo, gelati gustosi. Conosciuto in altre regioni del Sud America come taperebà, è soprattutto diffuso nel Nord-est del Brasile.

«Dopo il cinema, andavamo in una gelateria della piazza principale e ci prendevamo un gelato di cajá».

Carambola

La carambola (dal francese carambole), è il frutto della caramboleira, albero ornamentale di piccole dimensioni. Nei paesi anglofoni la carambola è anche conosciuta col nome di Star Fruit. Questo nome deriva dalla forma del frutto, che tagliato in orizzontale mostra una sezione a forma di stella.

«A lei piaceva leggere, dopo aver badato ai suoi canarini, dopo essersi arrampicata sugli alberi per raccogliere i frutti di carambola (“So che mi si vedono le mutandine e i vicini se ne accorgono, ma la frutta deve essere raccolta al momento giusto”) e aver preparato le sue marmellate».
Goiaba

«Non ho mai visto un occhio così velenoso come quello di quest’uomo. Credimi, Calunguinha. Persino l’uccellino che amava
cantare sull’albero di goiaba è caduto fulminato».

La goiaba (Psidium guajava) è il frutto della goiabeira, albero della famiglia delle mirtacee. Il suo nome è di origine incerta, attribuita da alcuni al taino di Santo Domingo e da altri all’aruaque, lingua indigena del Brasile. È originaria del Messico meridionale e dell’America centrale. Coltivata ora in più ampie zone tropicali, è molto diffusa in Brasile e in vaste
zone dell’Africa e Asia (soprattutto India).

Jacarandà

«Padre Jacinto aspergeva di acqua benedetta i corrimano di pregiato legno di jacarandá, le pareti tappezzate, i mobili pesanti».

Col nome Jacarandà si definiscono piante di genere differente, della famiglia delle leguminose. Sono alberi dal legno nobile, di solito duro e scuro, utilizzato nella costruzione di mobili pregiati. Arbusti o alberi di medie e grandi dimensioni, possono raggiungere anche altezze di trenta metri.

Jurema

«La vecchia le aveva già legato al collo l’amuleto di ragno avvolto in un merletto. Aveva messo sotto il suo cuscino un pezzetto di legno di jurema».

La jurema è un arbusto spinoso della famiglia delle leguminose, molto diffuso sul litorale brasiliano, dai rami ritorti e molto duri
e fiori bianchi o verdastri. Se ne ricava una bevanda ritenuta stregata.

Pitanga

«L’afa della giornata mi faceva sudare. Meméia doveva essere già scesa in giardino per innaffiare le sue piante di pitanga e togliere la sete ai melograni».

La pitanga (dal tupi pi’tãg, rosso) è il frutto della pitangueira, albero tipico del litorale, dalle foglie sottili, fiori minuti e chiari e dal frutto agrodolce. Cresce su alberi che possono arrivare fino ai sette metri e mezzo in altezza. Generalmente si mangia come frutta fresca, intera o solo in parte, cosparsa di zucchero per mitigare il suo odore di resina. Si può però anche usare per preparare conserve, marmellate, gelatine e succhi di frutta.

Umbuzeiro

«Scapigliata e nuda, come una statua allucinata, corse per tutto il giardino. I suoi capelli si impigliarono nei rami di umbuzeiro e si strapparono».

L’umbuzeiro è un albero frondoso, che fa parte della vegetazione tipica del Nord-est brasiliano, detta caatinga. I suoi fiori sono minuti e le sue radici hanno grandi tubercoli che trattengono l’acqua assorbita dal terreno. I suoi frutti sono bacche commestibili molto buone.

La fauna sudamericana

Araras
«Si beccavano senza sosta come due bizzarre araras».
Gli arara sono uccelli di grandi dimensioni, con coda lunga e becco pronunciato. Fanno parte della famiglia dei pappagalli. Mangiano frutta e sementi. Come casa privilegiano boschi e foreste, ma si possono anche adattare alle savane purché siano ricche di grandi alberi dove trovare riparo. Sono presenti in tutta la parte centrosettentrionale dell’America del Sud.
Budião

«Secondo la lettera del fattore Júlio, nelle ultime due settimane i pescatori erano riusciti a ottenere dal mare solo un budião: un pesce verde e insignificante».

I budião sono dei pesci meglio conosciuti come pesci pappagallo. Hanno squame grandi e rotonde e sono di un colore chiaro e variegato; vivono tra gli scogli e si nutrono di alghe e molluschi. La loro carne è considerata velenosa.

Cangulo
«Da settimane non si vedeva neanche un pesce, nemmeno un misero cangulo».
Il cangulo è un pesce dell’Atlantico tropicale e del Mediterraneo. Misura fino a cinquanta centimetri, ha squame spinose a forma di rombo. In alcuni periodi dell’anno è ritenuto velenoso. Lo si trova in lagune, al largo di scogliere, di porti o baie.
Goiamum e tatui
Il goiamum, dal tupi waia’mu, è una specie di crostaceo che si trova dalla Florida al Brasile in luoghi fangosi vicino al mare. È di colore azzurrognolo e il suo guscio può misurare fino a undici centimetri. Si nutre di foglie, frutti, erba ma anche di piccole carogne.
I tatui (dal tupi tatu’i, “piccolo tatu ” ) sono dei piccoli crostacei. Possono raggiungere all’incirca tre centimetri di lunghezza. Vivono nella sabbia, a poca profondità. Il tatui mal sopporta le acque inquinate dal petrolio, grazie a questa sua caratteristica si
può considerare una spia ambientale: dove ci sono i tatui il mare è pulito e non inquinato.

La libertà è davvero un passero blu

Diritti civili e repressione

Se volete approfondire la situazione attuale del Brasile, vi suggeriamo questi due interessantissimi articoli:

«Ma un giorno arrivarono in città forze oscure che davano la caccia a tutti
coloro che affermavano che il passero è un uccello blu. E lui fu arrestato in
quel bar, ma prima di essere portato via riuscì a vedere quegli esseri diabolici
decimare i fiori».


«Miguel viene a rammaricarsi dell’accaduto. “Scriverò all’ONU”. Ah, lui
scriverà all’ONU e questo mi restituirà il mio bambino, il mio amico, il mio
uomo. In altri luoghi, le persone che credono al colore blu dei passeri è
probabile che facciano cortei».

La lotta per la libertà, per i diritti civili e la denuncia delle profonde differenze di classe che segnano la società brasiliana sono i temi più forti del libro. La libertà è un passero blu esce nel 1981 ma gli argomenti che tratta sono attualissimi. Tuttora in Brasile i difensori dei diritti umani e gli attivisti sono spesso vittima di omicidio, le manifestazioni civili sono violentemente represse, i
giornalisti rischiano l’aggressione, le operazioni della polizia contano sempre più vittime e nelle carceri sono innumerevoli i casi di tortura.

Il matriarcato
«“E se questo forestiero ci deruba?” chiese mia madre. “Siamo un gruppo di donne”. La guardai senza rispondere. Nonna Menina la disprezzava perché era debole. Pretendeva che le figlie le ubbidissero, ma le disprezzava perché ubbidivano».
Nella famiglia Carvalhais Medeiros comandano le donne. La vecchia nonna Menina amministra le ricchezze della famiglia, prende le decisioni, sottomette le figlie e, se necessario, non si fa scrupoli a punirle, come nel caso della zia Guiomar, rinchiusa in un convento per aver “disonorato” la famiglia. Il potere, assieme all’eredità, passa nelle mani della giovane protagonista, Marina, unica donna della famiglia, secondo la nonna, con il rigore e l’austerità necessari per governare adeguatamente. La libertà è un passero blu è l’esempio di una realtà che affonda le proprie radici nelle civiltà umane più antiche. Con matriarcato, infatti, si intende un’organizzazione sociale in cui la donna ha il potere in quanto madre e capofamiglia. Famose le Amazzoni, popolazione di donne guerriere per cui il rapporto con gli uomini era funzionale solo alla sopravvivenza della stirpe. I numerosi ritrovamenti di statuine raffiguranti donne con seni prosperosi, anche e natiche sporgenti suggeriscono l’idea che già nel Paleolitico le divinità fossero principalmente femminili. Ancora oggi esistono etnie organizzate in società matriarcali: i Mosuo dello Yunnan cinese, i Bemba e i Lapula delle foreste dell’Africa centrale o i Minangkabau di Sumatra.

Credenze e culti popolari

Bumba-meu-boi

«Per farmi addormentare, cantava una ninnananna dolce della tradizione del bumba-meu-boi (“Sfido l’asinello a farcela con noi due”)».

Il Bumba-meu-boi è un ballo popolare comico-drammatico, organizzato come un corteo con umani, animali e personaggi fantastici, le cui peripezie ruotano attorno alla morte e alla resurrezione del bue.
È un rituale carico di simbologie: riproducendo il ciclo della nascita, della vita e della morte, offre una metafora
dell’esistenza umana. Se volete farvi un’idea di questa danza popolare, guardate questo video!

Caipora

«Meméia tappava quei fori con pezzi di giornale o di stoffa, per paura dei millepiedi che comparivano persino dentro le brocche. Sistemava vicino al mio letto una bacinella piena d’acqua per allontanare la caipora».

La caipora (dal tupi kaa’pora) è un essere fantastico appartenente alla tradizione popolare, che deriva dalla mitologia tupi. A seconda delle regioni è rappresentato in forme diverse, dal bambino dalla testa grande alla donna con un piede solo, che saltella. È sinonimo di sfortuna.

Catimbò

«E se chiedessi a Meméia un elisir che non ti facesse imputridire, ne conosce tanti, ha frequentato le tavole di tutti i maestri di catimbó».

Il nome catimbó deriva con buona probabilità dalla parola bantu cachimbo, che significa “pipa”, oggetto usato dal sommo sacerdote, unica persona a poter ospitare nel proprio corpo gli spiriti. Il catimbó si è diffuso nelle regioni brasiliane di Pernambuco, Paraìba e Rio Grande do Norte mantenendo integre le sue caratteristiche originali.

Pajé e regno di Vajucá

«Allora, prendeva in giro Meméia per le innumerevoli tisane che aveva imparato a preparare in virtù della sua fede nei pajés, per la sua credenza nel regno di Vajucá e negli amuleti invincibili fatti di tele di ragno avvolte in fili di seta ritorti».

Il termine pajé (dal tupi pa’yé) indica un capo spirituale delle comunità indigene brasiliane, un misto tra sacerdote, profeta e medico-stregone. Sono guaritori, considerati dotati di poteri occulti o guide spirituali. Secondo la mitologia, il termine Vajucá indica uno dei sette regni in cui è diviso l’aldilà.

Pedro Malasarte

«Miguel, che mi aveva conosciuto tra gli scaffali impolverati della biblioteca e che si era innamorato di me di fronte ai volumi di letteratura provenzale del XVI secolo, cercava invano di trascinarmi un’altra volta verso la passione incondizionata per i libri. Ridevo di lui. Le vere storie sono altre: Pedro Malasarte fece tagliare i musi ai cavalli del padrone».

Pedro Malasarte è un personaggio tradizionale della cultura spagnola, portoghese e brasiliana. È l’incarnazione del furfante e del mascalzone ed è presente persino in alcune leggende medievali: la referenza più antica, infatti, è contenuta in un manoscritto aragonese del XII secolo. Nel corso dei secoli ha ispirato diverse opere letterarie. Nel 2017 è uscito il film Malasartes e o Duelo com a Morte, che trae ispirazione proprio dal personaggio della tradizione popolare.

Calunguinha

«Non mi vuoi più bene, Calunguinha?».

Calunguinha nel romanzo è il nomignolo affettuoso con cui Joao si rivolge alla cugina Martina. È un diminutivo-vezzeggiativo di Calunga, una delle divinità del culto bantu.

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